ADRIANO GUERRA. LA RUSSIA POSTCOMUNISTA. Avvertenza Per la translitterazione dei nomi russi si è adottato qui il sistema cosid- detto «internazionale» che, a differenza di quello fonetico usato dalla stampa quotidiana, utilizza per ogni lettera del cirillico un unico segno. Così il lettore troverà Chruscev, Gorbacev, El'cin e non Krusciov, Gor- baciov, Eltsin, ecc. Nelle note bibliografiche è stata mantenuta invece la grafia adottata dai singoli autori citati. 1. Dalle rovine dell'uRss. La Russia è nata, o meglio rinata per la sesta volta, come dicono la storia e la leggenda, nel crollo e col crollo - awenuto attraver- so una serie di implosioni - dell'uRSS. Momento di awio è stata la solenne proclamazione dell'indipendenza fatta dal Parlamento di quella che era ancora una Repubblica federata all'Unione so- vietica, il 12 giugno 1990 quando già, al di là delle sue frontiere, praticamente tutte le altre Repubbliche dell'uRss avevano una dopo l'altra proclamato la loro decisione di trasformarsi in Stati sovrani. Bisognerà attendere però il 25 dicembre 1991 per vede- re il vecchio stendardo russo sostituire sulla torre più alta, men- tre Gorbacev, ultimo Presidente dell'URSS, lasciava definitiva- mente il Kremlino, la bandiera rossa di Lenin appena ammaina- ta. E bisognerà attendere sino al 17 aprile 1992 perché il nuovo Stato potesse avere un nome, un doppio nome anzi (unico caso al mondo), «Russia» e, insieme, «Federazione russa», a testimo- nianza di una antica, mai risolta, questione di identità. Perché quella che noi conosciamo come Russia - un Paese all'interno del quale vivono, dalle rive del Baltico al Mar del Giappone, più di cento piccoli e grandi popoli - non è rinata, né poteva rinasce- re, come «Stato dei russi». Allo stesso modo, venendo alla luce dal crollo di un impero che a Mosca aveva avuto la sua capitale, neppure poteva più (così almeno si pensava allora) proporsi di tornare ancora ad essere, seppure sotto forme nuove, «impero», o meglio «impero dei russi». Le rivoluzioni del 1989-1991 non erano state infatti soltanto, come è stato detto, «democratiche» e «nazionali»: erano state anche, e in qualche caso soprattutto, an- tirusse. Lo si vide chiaramente in quel che awenne non solo nelle Repubbliche baltiche ma anche nella Moldavia e persino nel- l'«amico» Kazakistan, ove migliaia di cittadini di origine russa vennero invitati a lasciare il Paese pena, in più di un caso, essere pesantemente discriminati. Così questa «sesta Russia» - che coi suoi 17 milioni di kmq di territorio e coi suoi 150 milioni di abi- tanti, è uno dei più grandi Stati della terra - continua ad essere un Paese del tutto imprevedibile. Guardare alle sue vicende di oggi e di ieri come ad un momento della storia del mondo com- parandole con quelle di altri paesi, non porta a risultati soddisfa- centi. Vale una ipotesi ma vale anche quella contraria. «La Russia è oggi quel che l'Europa è stata ieri» aveva scritto TH. Masarik ne- gli anni Venti1, e l'affermazione era rintracciabile in quei tempi in tutti gli scritti dedicati alla questione dei cosiddetti «ritardi» della Russia (colpevole come la Spagna, secondo un'opinione assai radicata, di «aver battuto Napoleone», e tagliata fuori per questo dalle ondate delle rivoluzioni borghesi e poi dalla prima rivoluzione industriale, e cioè dal mondo moderno). Ma mentre Masarik scriveva quelle parole a Praga c'era chi parlava di Mosca come della inevitabile «Terza Roma», destinata, come aveva predetto Herzen, a «rigenerare l'umanità» insieme a se stessa. E poi, dopo la rivoluzione del 1917, e non solo a Mosca, c'era chi parlava della Russia come del «futuro dell'umanità», per cui ro- vesciando la formula di Masarik si diceva che «il mondo di doma- ni sarà quel che la Russia è oggi». Ma che cos'è, visto da Mosca, il presente, il passato e il futuro? A differenza di tutti gli altri Sta- ti, la Russia - ha scritto Michail Gefter - ha una storia «orizzon- tale», non «verticale» per cui «tutti i periodi sono presenti allo stesso modo, al di fuori di ogni cronologia, e non si sa più se la cristianizzazione sia awenuta prima o dopo la Rivoluzione d'Ot- tobre, né chi dei due, Stalin o Ivan il Terribile, sia venuto prima dell'altro»2. Una ipotesi, una realtà e il suo contrario, dunque, e contempo- raneamente. I soldati che continuano in questi primi mesi del 1995 a montare la guardia davanti al Mausoleo di Lenin e le folle che si raccolgono ogni volta che si presenta sulla scena qualcuno che proclama di essere un erede dello zar. I russi che pensano che il destino dei popoli del Nord e di quelli caucasici non possa essere che quello di ubbidire a Mosca e i russi di vaste aree del Nord, degli Urali e della Siberia che, per diminuire il potere di Mosca, si spingono sino a rimettere in piedi antiche forme di po- tere locale, in qualche caso di tipo feudale. La Russia «grande po- tenza dai piedi di argilla» e «prigione dei popoli», avevano detto in molti. E oggi la Russia, in grado col suo arsenale atomico di di- struggere il mondo intero, è però in difficoltà - lo si è visto nei giorni della «guerra cecena» del dicembre 1994 - a salvaguarda- re la sua integrità territoriale dalle spinte centrifughe che la agi- tano ed è costretta ad elemosinare, oltreché prestiti e contratti, anche «aiuti». La Russia paese allo sbando, con un'economia a rotoli, i confini incerti, i suoi generali che qui e là conducono piccole e grandi guerre private, le assemblee elettive che proclamano l'indipen- denza da Mosca di questa o quella regione, e dal quale giungono ogni giorno notizie terribili, spesso agghiaccianti (di carne uma- na venduta al mercato, di fabbriche d'armi enormi ove migliaia di operai continuano a lavorare senza salario nell'attesa che da qualche parte arrivi una commessa, di bande di bambini che as- salgono i turisti, di partite d'uranio provenienti dalle basi - si dice - più custodite ma sulle quali gruppi mafiosi possono facilmente mettere le mani...). Ma anche - insieme, seppure tra difficoltà e preoccupanti cadute involutive - paese dove è possibile fondare un partito politico, scegliere alle elezioni fra più liste, pubblicare, e leggere, un giornale non sottoposto alla censura, chiedere e ot- tenere un passaporto e un visto per l'estero. Che cos'è e dove va insomma la Russia? Occorrerà almeno un secolo - ha scritto il premio Nobel Josjf Brodskij - pérché il pae- se «possa riprendere un tenore di vita accettabile. Adesso siamo di fronte al crollo di tutte le discipline e di tutti i legami sociali e tutto questo determina pericoli gravi. La Russia sarà sempre più colonizzata, territorio di razzia delle grandi imprese occidenta- La previsione di Brodskij sembrava trovare conferma già nelle prime immagini che Mosca due anni dopo la nascita dello Stato russo, a partire cioè dal dicembre 1993, rivelava al visitatore: in- teri quartieri della città, e in essi anche alcune delle strade più fa- mose, trasformati in un immenso mercato, una sorta di perma- nente «Fiera universale» ove si poteva trovare merce di ogni tipo - dall'acqua minerale italiana, alla birra scozzese, ai flaconi di vi- tamine americane, ai telefonini giapponesi, agli ultimi modelli di computer portatili - con la sola eccezione però di prodotti fab- bricati in Russia. Una città, un Paese di mercanti e di banchieri dunque che importava ormai persino la vodka. Ma può vivere un Paese che non produce? Può nascere una imprenditorialità at- traverso soltanto lo scambio delle merci? Può vivere uno Stato investito da processi disgregativi e insieme da spinte espansioni- stiche tanto gravi e vaste che ne mettono in discussione la natura il territorio, la «missione storica», il ruolo nel mondo? 2. I congiurati di Minsk. C'è chi sostiene che la nuova Russia non sarebbe altro che il ri- sultato di una congiura ordita nel più stretto segreto allo scopo di liquidare l'Unione sovietica di Gorbacev, e di fatto, se si va a ve- dere come sono andate le cose, almeno apparentemente, gli ele- menti della congiura sembrano tutti presenti. Ci sono i congiurati: i Presidenti delle Repubbliche (sino a quel momento ancora so- vietiche) della Russia, dell'Ucraina e della Bielorussia (El'cin, Kravcuk, Suskevic); c'è il «luogo deputato» per ordire i complot- ti: una radura in mezzo ad un folto bosco nella zona di Minsk, ca- pitale della Bielorussia, e cioè ben lontano da Mosca; c'è, sicura e tranquilla nel suo castello inaccessibile, la vittima predestinata: il Presidente Gorbacev, signore - seppure ormai contestato da tutte le parti - del Kremlino. E c'è infine, lontano, lo straniero che muove le fila. («Da Minsk - ha detto Gorbacev in un'intervista4- mi ha telefonato il Presidente bielorusso Suskevic per dirmi che Bush era subito stato awertito circa l'awenuta firma dell'accor- do. Non è vergognoso il fatto che il Presidente dell'uRss sia stato messo al corrente della cosa solo dopo?»). La tesi della «congiura di Minsk» è stata avanzata con molta convinzione da Andrej S. Gracev che era allora uno dei portavo- ce di Gorbacev e - si veda ad esempio quel che ha scritto sulla vi- cenda Giulietto Chiesa5 - ha avuto una certa fortuna (anche se non è stata fatta propria dall'ex Presidente dell'uRss che si è li- mitato a definire l'iniziativa dei tre Presidenti un «atto anticosti- tuzionale»). Di fatto El'cin, Kravcuk e Suskevic, incontratisi a Minsk 1'8 dicembre 1991 (ma un incontro sulla questione, posta anche da Gorbacev, della trasformazione dell'uRss in una comu- nità di Stati indipendenti, fra i rappresentanti delle tre Repubbli- che nonché del Kazakistan aveva avuto luogo, sempre a Minsk, già nel dicembre dell'anno precedente) senza awertire Gorbacev, hanno sottoscritto un documento che, nel suo primo paragrafo, così proclamava: «Noi, Repubblica di Bielorussia, Federazione Russa (RSFSR) ed Ucraina, Stati fondatori dell'uRss, firmatari del Trattato dell'Unione del 1922... constatiamo che l'URSS qua- le soggetto del diritto internazionale e quale realtà geopolitica cessa di esistere». Il clamoroso anrtúnclo, col quale veniva di fatto decretata la scomparsa dalla scena della seconda potenza del mondo, suscitò interesse ed emozione in tutte le capitali, ma nell'immenso con- tinente sovietico almeno apparentemente non si mosse nulla. Non si mosse il PCUS, il partito unico di Stato - ad un tempo go- verno, parlamento e Chiesa - le cui decisioni non potevano esse- re messe in discussione da nessuno. Non si mosse l'Armata rossa, che per difendere il Paese - il suo regime, la sua integrità territo- riale - aveva pur saputo battere Hitler. Non si mosse il Soviet su- premo. E questo perché, evidentemente, il documento di Minsk non era in realtà che un atto notarile, una presa d'atto di eventi che erano già awenuti. Otto delle quindici Repubbliche che con- correvano a formare l'URSS- e tra esse, la più grande e la più im- portante dopo la Russia, l'Ucraina che il primo dicembre 1991 si era pronunciata con un referendum popolare per l'indipendenza - avevano rifiutato di aderire alla nuova Unione proposta da Gorbacev perché ancora troppo basata, a loro parere, sul potere centrale («Centro forte, Repubblica forte», era la parola d'ordi- ne di Gorbacev per il quale in ogni caso i Parlamenti e le Costitu- zioni repubblicane avrebbero dovuto rimanere subordinate a quella dell'Unione). La fuga dall'uRSS era così in pieno corso: nell'agosto e nel settembre si proclamarono indipendenti l'Esto- nia, la Lettonia, l'Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, l'Azerbai- gian, la Kirghisia, l'Uzbekistan e il Tagikistan mentre la Georgia e la Lituania erano già indipendenti rispettivamente dall'aprile 1990 e dal marzo 1991. L'uRssinsomma nel dicembre 1991 non c'era più da tempo. La macchina si era fermata, il potere centrale aveva perso quasi ogni possibilità di intervento e di controllo, i vecchi e nuovi poteri periferici erano costretti dal canto loro, vo- lenti o nolenti, ad operare, per vivere, col massimo di autonomia. Non c'erano più, e da tempo, organismi di tipo sovietico funzio- nanti. Non a caso del resto nell'agosto precedente, quando un pugno di uomini (Gennadij Janaev, vice Presidente dell'uRss, Oleg Baclanov, vice Presidente del Consiglio di difesa, Vladimir Kuckov, capo del KGB, Boris Pugo, ministro dell'Interno, Dmi- trij Jazov, ministro della Difesa), tutti ben piazzati ai posti di co- mando, tentò di attuare contro Gorbacev, che si trovava insieme alla famiglia per riposo a Foros sulle rive del mar Nero, un colpo di Stato allo scopo non soltanto di estromettere dal potere l'uomo della perestrojka ma di bloccare le riforme in cantiere (e tra queste in particolare quella che riguardava l'allargamento degli spazi di autonomia e di sovranità riconosciuti alle varie re- pubbliche) ad organizzare la lotta che in pochi giorni doveva por- tare alla sconfitta dei golpisti non furono le istituzioni e le orga- nizzazioni «sovietiche» (il PCUS, la polizia politica, L'Armata rossa, il Soviet supremo). Quando non si schierarono aperta- mente coi golpisti (come ad esempio fecero tutti i membri del go- verno con la sola eccezione del ministro della Cultura) tutte le strutture «sovietiche» assunsero infatti una posizione di attesa. A muoversi furono soltanto le istituzioni russe e moscovite che raccolsero l'appello lanciato dal Presidente della Repubblica russa Boris El'cin perché i democratici accorressero in difesa della Casa Bianca, sede del Parlamento russo. Se dunque qual- che mese dopo, nella notte del 25 dicembre 1991, Mosca diventa- va per la prima volta soltanto la capitale dello Stato russo non era certo perché tre uomini avevano così deciso incontrandosi una sera in un bosco della Bielorussia. La verità era che stava crollando - e non per un attacco dal- l'esterno ma per un seguito di implosioni interne - uno dei gran- di protagonisti della storia del xx secolo, un sistema economico, sociale e politico - quello del socialismo sovietico - al quale mi- lioni di uomini in tutti i continenti avevano guardato con paura o con speranza. E, insieme alle strutture del socialismo sovietico crollava un grande impero, l'ultimo rimasto sulla terra, che era diventato una delle strutture portanti del sistema internazionale. (E da qui la straordinaria dimensione internazionale del crollo: con l'URSS finiva l'ordine bipolare e cioè il sistema sul quale il mondo si era retto dalla fine della seconda guerra mondiale.) La Russia è nata, è rinata, da questo crollo, tra le macerie di un impero che, come si è detto, era - e questo lo aveva caratterizza- to rispetto a tutti gli altri imperi della storia - un compiuto siste- ma economico, politico e sociale all'interno del quale, dal centro alle più lontane periferie, vigevano lo stesso ordine e le stesse leggi. Ed è a queste macerie, e a quel che di vecchio e di nuovo si muove tra di esse, che occorre anzitutto pensare quando si cerca- no le ragioni che hanno reso tanto difficili e incerti i primi anni del nuovo Stato. 3. Il nazionalismo russo. Da quel che si è detto facendo discendere nel modo più diretto la nascita della Russia dal crollo dell'uRss, e di un'URSS che era di fatto costruita sul «ruolo particolare» di Mosca e del «popolo russo» («fratello maggiore di tutti i popoli dell'uRsS», come reci- tava la formula di Breznev) potrebbe sembrare che il nuovo Sta- to sia nato soltanto come risultato del maturare e dell'esplodere, al di là delle sue frontiere, di una serie di rivoluzioni antirusse. L'affermazione contiene indubbiamente molti elementi di veri- tà: basti pensare alle manifestazioni del 1986 di Alma Ata, capi- tale del Kazakistan, che hanno aperto il processo di disgregazio- ne dello Stato unitario, e poi alle battaglie per l'indipendenza che, dai Paesi baltici, si sono rapidamente estese all'Ucraina, alla Bielorussia, alla Georgia. Di fatto in pressoché tutte le Repub- bliche dell'uRss sono stati i Soviet locali, già negli anni di Gor- bacev, a rivendicare, e in molti casi a proclamare, l'indipendenza e, se questo è awenuto, è certamente perché la «tutela russa» (che si manifestava in molti modi: imponendo a tutti la lingua, la cultura e la storia russa in primo luogo, ma anche attraverso la presenza al vertice del potere, seppure formalmente coll'incari- co di semplice vice segretario del partito comunista repubblica- no, di un quadro sempre di origine russa e dotato di poteri parti- colari perché collegato personalmente con Mosca) era diventata a poco a poco insopportabile. E poi anche vero che, e per molte ragioni, è soprattutto in Russia che è possibile trovare (e non si tratta soltanto di nostalgici dell'impero zarista o dell'uRss di Sta- lin e di Breznev) uomini e forze politiche che continuano ad au- spicare un ritorno sotto varie forme ad uno Stato unitario pluri- nazionale. Si sbaglierebbe tuttavia a non vedere o a sottovalutare che al crollo dell'uRSS si è giunti anche perché così hanno voluto, e nella loro maggioranza, i russi. Quando si parla del nazionali- smo russo e grande russo occorre distinguere il nazionalismo «imperiale», e cioè annessionistico, di coloro che oggi pensano, con Vladimir Zirinovskij, il vincitore delle elezioni del dicembre 1993, che i confini della Russia debbano coincidere con quelli dell'uRss, da quello costruito strettamente su basi etniche di chi, per contro, pensa che i russi debbano, prima di tutto, diventare Stato entro i confini nazionali, cessando di essere impero e ab- bandonando al loro destino usbeki e georgiani, lituani e tagiki. A spingere verso il crollo c'era anche cioè un «nazionalismo demo- cratico» pur se dominante era la spinta imperiale. Né si deve di- menticare che tra i «nazionalisti etnici» circolava e circola l'anti- semitismo più greve (per cui la Rivoluzione d'Ottobre - vista come un «peccato originale» - non sarebbe stata voluta ed attua- ta che da un pugno di ebrei). Del resto anche molti di coloro che rifiutano l'idea che la Russia debba tornare all'antica dimensio- ne imperiale pensano però che compito prioritario dello Stato dovrebbe essere quello di battersi per i 25 milioni di russi che vi- vono al di là dei confini dello Stato (soprattutto nel Kazakistan e nell'Ucraina). Ma dove collocare invece Solzenicyn secondo il quale6 la Russia, rinunciando ad ogni vocazione imperiale do- 6 ALEKSANDR SOLZLNICYN, Come ricostruire la nostra Russia, Milano, Rizzoli, 1990, p. 105. vrebbe anzitutto riconoscere il diritto all'autodeterminazione a tutti i popoli che hanno fatto parte dell'impero zarista e dell'Unio- ne sovietica per poi, semmai, unirsi alle altre due nazioni slave (e cioè all'Ucraina e alla Bielorussia) per dar vita con esse ad una «libera confederazione»? Quel che caratterizza questo nazionalismo non imperialistico ed annessionistico, ma - si pensi ancora a Solzenicyn - non sem- pre necessariamente democratico, sta nel fatto che in primo pia- no esso colloca il problema della definizione e della formazione di quello «spirito nazionale russo» che la vocazione imperiale degli anni degli zar, e poi di Stalin e di Breznev, avrebbe profon- damente umiliato. Ma su questa questione, che è poi quella della identità nazionale della Russia, si tornerà più avanti. Qui ci limi- teremo a ricordare che c'è una Russia che ha sempre vissuto come una tragedia il fatto di essere stata lungo l'intera storia, «impero» e mai «Stato nazionale». «Qualunque russo che capiti nelle repubbliche baltiche, caucasiche o asiatiche - si poteva leg- gere in un documento del 1988 di "Pamjat" un'organizzazione nazionalista e ferocemente antisemita nata col consenso del PCUS e in parte persino al suo intemo - sente subito di essere disprez- zato dall'abitante locale. Il russo vede subito come lì si viva me- glio e con più abbondanza e con stupore si domanda: come e quando tutto questo è awenuto? Perché la Russia, un tempo ric- ca e vitale, si trascina adesso non solo in coda ai popoli del mon- do, ma anche a quelli dell'Unione sovietica? La risposta è nota: le terre periferiche da lunghi decenni godono di franchigie, privi- legi e finanziamenti di cui la Russia è stata consapevolmente pri- vata e che vengono concessi soprattutto a sue spese.» E ancora: «E dawero inutile ricordare che non molto tempo fa la nostra patria si chiamava Russia?»7. Le affermazioni contenute nel documento vanno prese natural- mente con molta cautela. Esse - a parte ogni altra considerazio- 'ne sul problema della lingua, della storia e della cultura naziona- le dei vari popoli soggetti alla Russia, ecc. - dimenticano che se è vero che, e per molte e antiche ragioni, nei Paesi baltici integrati nell'uRss soltanto dopo il secondo conflitto mondiale si è sem- pre vissuto meglio che in Russia (e non si vede perché le cose avrebbero dovuto mutare nel momento in cui l'Estonia, la Letto- nia e la Lituania, erano diventati i punti più avanzati - per quel che riguarda lo sviluppo tecnologico, la concentrazione indu- 7 «Agli studenti russi.» Appello del Consiglio leningradese del Fronte Nazional-pa- triottico ffPamjat», settembre 1988, in ALDO F£RRARI, La rinascita del nazionalismo nsso, Parma, Quaderni del Veltro, 1989, pp. 35 13. striale e lo sviluppo dell'agricoltura intensiva - dell'intero pae- se), diversamente si presentavano le cose nelle altre Repubbli- che, specie in quelle costrette dalle leggi dell'economia pianifica- ta e cioè dai diktat provenienti da Mosca, a puntare sulla mono- coltura (come è accaduto alla Repubbliche dell'Asia centrale alle quali è stata imposta la produzione del cotone) o a fornire a prezzi politici petrolio, elettricità e gas nonché materie prime so- prattutto alla Russia. Tuttavia quello sovietico non era un impe- ro come gli altri ed è sicuramente vero che non solo i tassi di svi- luppo dell'industria ma anche i dati riguardanti la vita quotidia- na (scuola, sanità, servizi) vedevano spesso nelle prime posizioni repubbliche non russe e, all'interno della Russia e in più di un caso, le minoranze nazionali rispetto ai russi. («Per quel che ri- guarda la percentuale di persone con istruzione superiore - si può così leggere nell"'appello" già segnalato - i russi risultano essere all'interno della RSFSR al XVI posto tra gli abitanti delle città e al XlXposto tra quelli della campagna», superati persino - si diceva più oltre trasformando in fattore negativo quello che, e certo non senza ragione, era stato considerato in precedenza uno dei principali successi del sistema sovietico - dai buriati, e cioè da «popolazioni fino a qualche tempo fa prive di scrittura.») Ma quel che soprattutto preoccupava coloro che piangevano per le sorti del popolo russo spingendosi talvolta sino a parlare di «declino inarrestabile» e persino di «graduale estinzione», era il diverso andamento degli indici demografici nella Russia e nelle altre repubbliche europee dell'uRsS, rispetto a quelle dell'Asia sovietica. Se nel 1940 il 59,9% di tutti i bambini veniva alla luce in Russia, la percentuale nel 1985 era scesa al 44,2% e tutto stava ad indicare che ci si trovava di fronte ad un processo di carattere irreversibile. Nella sua opera, per molti aspetti profetica, L'Em- pire éclaté del 1978, Hélène Carrère d'Encausse, esaminando sul- la base del censimento del 1970 il prevedibile andamento demo- grafico sino al 2000, parlava di una vera e propria «rivoluzione demografica» in atto: mentre infatti le popolazioni della Russia e delle altre Repubbliche europee dell'uRss avrebbero avuto soltanto all'inizio del nuovo secolo un lievissimo aumento, nelle Repubbliche dell'Asia centrale la popolazione si sarebbe di fatto triplicata8. (Non è forse male ricordare che i dati resi noti nel gennaio 1995 da una speciale commissione governativa - si veda l'articolo di Andrej Lablokov su Rossiskie Vesti del 14 gennaio 1995 - hanno confermato per la Russia le previsioni avanzate dalla Carrère d'Encausse: basti dire che il tasso di mortalità del 8 HÉLENE CARRERE D-ENCAUSSE, Esplosione di un iimpero?, Roma, E/O, 1980, p. 95. 1994 è risultato essere superiore dell'8% di quello dell'anno pre- cedente, che nello stesso anno per ogni 100 nascite vi sono stati 170 decessi mentre la durata media della vita è scesa per gli uo- mini a 58 anni, e cioè ai livelli dell'India e dell'Egitto.) I dati sul diverso andamento demografico della Russia rispetto alle altre Repubbliche - per tornare alla situazione degli anni Settanta - venivano utilizzati dapprima all'interno del PCUS (ove si metteva anche in rilievo come quella russa fosse l'unica Re- pubblica sovietica a non avere un proprio Partito comunista, una propria capitale, giacché Mosca non aveva lo status di capitale della RSFSR, e una propria Accademia delle scienze) e poi, con la perestrojka, dai movimenti nazionalistici più estremisti, per for- sennate campagne sciovinistiche caratterizzate anche - come si è detto - da toni violentemente antisemiti. Ma questi dati creava- no allarme anche presso le forze e i gruppi moderati e democra- tici nonché tra non pochi intellettuali che - si pensi non soltanto a Solzenicyn e agli scrittori della cosiddetta «letteratura contadi- na» (Belov, Rasputin, Bondarev) ma anche a quelli, non certo classificabili come conservatori, che si raccoglievano attorno alla rivista No Mir - si battevano per il recupero e la difesa non sol- tanto della «terra russa» (spesso contaminata da una industria- lizzazione selvaggia), ma anche del patrimonio culturale russo nel suo complesso e soprattutto nelle parti ignorate o emargina- te dalla cultura ufficiale. A livello politico dapprima all'interno del PCUS, come segreta- rio delle organizzazioni del partito di Mosca e come protagonista di dure battaglie nel Comitato centrale, e poi, dopo lo scontro con Gorbacev e la sua elezione a Presidente della Russia, al di là delle fila del partito, è toccato a Boris El'cin raccogliere e dare obiettivi concreti e realistici alla richiesta che veniva da aree sempre più vaste perché, sciogliendo uno Stato unitario che esi- steva sempre più ormai soltanto sulla carta e riconoscendo nel modo più esplicito il diritto delle altre Repubbliche dell'URSS (ma anche, all'interno della Russia a tutti i popoli che la abitava- no e alle varie realtà locali, anche russe, come nella Siberia) a scegliere la strada dell'indipendenza da Mosca, prendesse vita, di fatto per la prima volta nella storia, uno Stato dei russi. 4. Perché Boris El'cin Ma chi era e da dove veniva l'uomo che doveva diventare il fon- datore dello Stato russo? Prima di giungere a Mosca, chiamatovi da Gorbacev per dirigere le organizzazioni del PCUS della capita- le, Boris El'cin (che era nato il primo febbraio 1931 in un piccolo villaggio, Butka, degli Urali) era stato dal 1976 in poi alla testa dei comunisti della regione di Sverdlovsk, ora Ekaterinburg, ed era noto per il modo non burocratico col quale aveva affrontato i problemi, anche i più spinosi, di un'area assai vasta e importan- te perché in essa erano concentrate alcune delle più importanti fabbriche del «complesso militare-industriale» sovietico. Per que- sto, e per l'entusiasmo col quale aveva accolto la perestrojka, era stato scelto da Gorbacev nel momento in cui si trattava non sol- tanto di sostituire a Mosca un dirigente, Viktor Grisin, responsa- bile di una gestione particolarmente fallimentare, ma di fare i conti con una situazione dominata dalla presenza nella capitale di una burocrazia di partito non soltanto fortemente attestata in difesa delle posizioni di potere acquisite e dei suoi privilegi di ca- sta, ma strettamente intrecciata alle organizzazioni mafiose. (Sin dagli anni di Breznev una vera e propria mafia aveva sotto il suo controllo molta parte della vita della capitale, e in primo luogo le reti della distribuzione commerciale, legali e non). Quella prima «battaglia di Mosca» - che El'cin, membro supplente dell'Uffi- cio politico condusse parallelamente a quella contro i «conserva- tori» del Comitato centrale e in particolare contro il loro espo- nente più importante, Egor Ligacev - si concluse allora con una pesante sconfitta e fu lo stesso Gorbacev a imporre a El'cin, da- vanti all'assemblea dei «quadri» che avevano chiesto a gran voce l'allontanamento di quest'ultimo, una umiliante autocritica. E stato in quell'occasione - nel novembre 1987 - che fra i due diri- genti è maturata quella rottura che tante gravi conseguenze do- veva poi avere sulle vicende della crisi ultima e poi sulla fine del- l'URSS, soprattutto quando, dopo la trionfale elezione di El'cin alla testa della Federazione russa, prese l'aspetto della lotta fra «due Presidenti». Sui primi episodi dello scontro quel che hanno detto i due pro- tagonisti attraverso scritti, interviste e dichiarazioni, per quanto insufficiente, fornisce però qualche preziosa indicazione sia sulla natura del contrasto sia sulla personalità dei due dirigenti. Durante un incontro che ha avuto luogo a Mosca nel marzo 1988, e cioè non molto dopo la prima rottura fra il segretario ge- nerale del PCUS e il dirigente dei comunisti di Mosca, con una de- legazione di comunisti italiani, Gorbacev ha parlato di El'cin come di un uomo ricco di grandi qualità umane, pieno di slanci, sempre pronto ad affrontare i problemi con impeto, e per questo divenuto subito straordinariamente popolare, ma contempora- neamente «portato a perdere il controllo» (il suo discorso contro Ligacev fu «concitato e un po' penoso») e, ancora, fragile, porta- to a cadere in stati di awilimento e di depressione in particolare 20 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA «quando si accorgeva che le difficoltà da superare erano di gran lunga superiori a quelle che aveva previsto»9. La diagnosi di Gorbacev ha indubbiamente trovato non poche conferme nei comportamenti successivi di El'cin, oltreché nelle VOCI e nelle ipotesi suscitate dalle sue non infrequenti assenze (dovute, e stato detto, a poco chiare ragioni di salute, all'abuso di alcoolici, a crisi di stanchezza) e aiuta certamente a capire alcune delle ragioni che hanno portato alla crisi delle relazioni fra due dirigenti che in precedenza erano uniti anche da rapporti ami- c evoli. Non coglie però il dato essenziale: che cioè si è giunti alla rottura fra i due quando El'cin ha incominciato a pensare, a differenza di Gorbacev, che per portare avanti la perestrojka oc- corresse non già andare a patti ma battere all'interno del partito i conservatori, o meglio ancora guardare al PCUS non come al protagonista della battaglia per il rinnovamento, ma - al contra- rio - come ad un ostacolo da rimuovere. In verità neppure El'cin - portato a porre in secondo piano molti aspetti del suo passato di comunista - è di molto aiuto nei suoi scritti per capire come sia a in ui idea che occorresse andare al di là della perestrojka di Gorbacev. Così dando conto nel Diario del Presidente delle sue divagazioni notturne sul passato preferisce indugiare sulle an- gherie subite dalla sua famiglia negli anni della collettivizzazione orzata e pOI delle repressioni (quando suo padre venne condan- nato insieme al fratello a tre anni di campo di lavoro per aver ma- nifestato «sentimenti ostili verso il potere sovietico»)10piuttosto che sulla sua esperienza di «comunista rinnovatore» In verità - e a metterlo in rilievo è stato uno studioso italiano vicenda pOIitica all,internO delStpctuesf(ash Sono indlviduabili nella tor ddel XXvlll CongressO dPel pcuasmednte il 12 luglio, nelle ultime o I entrare nel nuovo Comitato centrale) del futuro capo dello Stato russo quelle della riforma dapprima all'interno del parti- primO .tempO EPCin si è battutO iCn°ntir° il partitO Di fstto m un coragglo seppure con cadute nel populismo e nella demagogia ( andare al mattino nei negozi e nei mercati per controllare di persona che la distribuzione delle merci awenisse nel modo più I ENRICO MELCHIONDA, Eltsin a Mosca, ROma, 1990, P. 218. PERCHÉ BORIS EL'CIN 21 regolare, le furiose polemiche contro i privilegi di cui godeva la burocrazia, privilegi ai quali - in parte - egli dichiarava spettaco- larmente di rinunciare) perché il partito diventasse strumento di rinnovamento antiburocratico e aveva per questa strada raccol- to, insieme alle rabbiose proteste di molti «quadri», consensi straordinariamente ampi fra la popolazione. Successivamente El'cin si rese conto che a bloccare la perestrojka era proprio il vecchio partito di Stato. «Sono state fatte molte promesse - disse parlando al Comitato cittadino del partito nell'agosto 1987 - ma al momento i risultati sono piuttosto scarsi... Non siamo di fronte ad un immaginario nemico della perestrojka a cui dare la colpa per i ritardi nel processo di rinnovamento, per il nostro procede- re con le mezze misure. I colpevoli siamo noi stessi che realizzia- mo la perestrojka e cioè il quadro attivo del partito, i soviet e il personale amministrativo, gli specialisti e i semplici lavoratori...» (Moskovskaja Pavda, 9 agosto 1987). Si mettano a confronto queste parole di El'cin con queste altre pronunciate da Gorbacev nel corso dell'incontro con la delega- zione del PCI alla quale ci siamo già riferiti: «Boris Nikolaevic era un entusiasta della perestrojka... Non aveva capito però che si trattava di una partita di lunga lena, che impone pazienza, tena- cia e nervi saldi». Ecco da una parte l'idea che per portare avanti la perestrojka, rimanendo sempre all'interno del processo aper- to dalla rivoluzione d'Ottobre come «rivoluzione nella rivoluzio- ne» - perché questo era per Gorbacev l'obiettivo da perseguire - occorresse pazienza, moderazione, consapevolezza del fatto che solo con la politica dei «piccoli passi» e dei «compromessi suc- cessivi» da imporre uno dopo l'altro ai conservatori, senza però mai giungere con essi alla rottura, si sarebbe potuto realizzare la grande impresa della riforma dall'interno del sistema del sociali- smo sovietico. (E da qui derivava anche la convinzione che la battaglia impegnata non potesse avere alla testa che il partito, sia pure trasformato dalla perestroJka.) Dall'altra parte l'idea che, dopo che il processo di riforme, no- nostante i successi iniziali, era stato bloccato dalle resistenze dei conservatori e dall'«attesismo» di Gorbacev, occorresse portare la lotta anche fuori dal partito e persino contro iI partito. Ci Si può chiedere quale delle due diagnosi si sia rivelata giusta. O me- glio ancora se a portare al fallimento la perestroJka siano stati coloro - i radicali, gli impazienti - che, come El'cin, hanno ad un certo punto voltato le spalle a Gorbacev e alla politica dei «plC- coli passi», oppure, al contrario, i limiti della perestrojka stessa, l'idea che essa non potesse andare avanti che - appunto - come politica di compromessi. 22 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA In parte si è già data una risposta alla questione accennando alle cause vicine e lontane non imputabili a questa o a quella scelta cCr°OmllPOidtall,duaRqsUestol!o da quel protagonista che hanno portato al Non Sl pUO tuttavla Ignorare che Gorbacev, riflettendo autocriti camente sulle scelte compiute, ha riconosciuto alla fine che «quel che Sj opponeva ai cambiamenti erano il partito e i gruppi diri- genti della struttura economica» e che è stato un errore coltivare speranze, che dovevano pOI rivelarsi illusorie riguardanti «la ca- pacita del partito di farsi promotore di mutamenti fondamenta- nutO conto della lezlone dell'iemsp° riat° che neppure El'cin ha te apertosi nello stesso momento in cui nasceva il nuovo Stato, di dar vita alle nuove istituzioni, manifesterà infatti le stesse esit zioni che aveva rimproverato a Gorbacev. Rifiutando la propo- sta di sostituire per tempo il vecchio Parlamento e la vecchia Co- C°lt°cazlone di un'ASsemblea O ntUUve attraverso la via della dello Stato federale russo un nuovo patto fra il potere centrale e la perifena, ha infatti aperto la strada a conflitti gravi e sanguino- Sl che non dovevano tardare, come si è visto nei giorni della vera e propna guerra scatenata contro la Cecenia, a mettere in di- scussione, oltre alla sua popolarità (nel febbraio 1995 i due terzi ei suol elettori lo invitavano - secondo i sondaggi - ad annun- ciare che non Sj sarebbe ripresentato alle prossime elezioni) an- che le conquiste democratiche già acquisite. 5. Gli altri protagonisti Gorbacev ed El'cin, i due Presidenti rivali, sono stati sicura- mente i principali protagonisti della fase di transizione che si è pOI conclusa con la fine dell'URSS. E però significativo che anco- ra nel dicembre 1990, rispondendo alle domande di un questio- nario che invitava ad indicare quale personaggio avrebbe avuto plU importanza per i popoli dell'uRss nel 2000, il nome di El'cin non venisse fatto (mentre Gorbacev veniva indicato soltanto al terzo posto col 26%, dopo il fisico Sacharov (48%)13 Andre Sacharov, che Gorbacev aveva liberato dal confino di GorkiJ e che, eletto al Soviet supremo, si batteva alla luce del CLI ALTRI PROTACONISTI 23 sole identificando la causa della difesa dei diritti politici, umani e civili con quella della perestrojka, godeva allora di molta popola- rità soprattutto fra i tecnici e gli intellettuali. Con Sacharov era- no schierati molti di coloro che avevano partecipato, nel Paese o, dopo le espulsioni decretate soprattutto negli anni di Breznev, all'estero, al movimento del dissenso. Già allora era possibile constatare però come in generale le battaglie politiche che dove- vano tanto rapidamente portare allo scioglimento dell'uRss, ve- nissero combattute pressoché ovunque a Mosca come alla peri- feria dell'Unione, da uomini che militavano nel PCUS o proveni- vano dalle sue fila. Si guardi agli uomini che si schierarono con El'cin nei giorni del tentato golpe dell'agosto 1991. Il sindaco di Mosca, Gavrijl Popov, economista e direttore della rivista Vopro- terregionale radicale», aveva combattuto sino al 1990 per le ri- forme all'interno del partito. Gennadij Burbulis, per qualche tempo nella sua qualità di primo vicepremier e di responsabile di un gruppo di dicasteri, ma soprattutto di esponente degli uomini del «gruppo di Sverdlovsk» chiamati da El'cin nella capitale, di fatto «numero due» del nuovo potere oltreché, come lo ha defi- nito la stampa, «eminenza grigia» e principale «suggeritore> del Presidente, era stato in passato professore di filosofia marxista. Egor Gajdar, il giovane economista che El'cin ha scelto perché guidasse, in un primo tempo come coordinatore di 13 mlnisteri economici e poi come primo ministro, col sostegno esplicito del- le massime autorità del Fondo monetario mondiale, la corsa ver- so il mercato e la privatizzazione, è stato redattore economico della Pravda e del Kommunist. E analogo discorso può essere fat- to per il sindaco di Sankt Peterburg Anatolij Sobcak, provenien- te dalle fila del Komsomol, l'organizzazione della gioventù co- munista, e che, seppure iscritto al PCUS fino al luglio 1991, ha però difeso nelle aule giudiziarie non pochi dissidenti politici; per il vice Presidente della Repubblica e per il Presidente de Parlamento, Aleksandr Ruckoj e Ruslan Chasbulatov, entrambl divenuti poi acerrimi nemici di El'cin; per il ministro della Difesa Pavel Gracev e con lui per le più alte autorità militari, per i qua- dri della diplomazia, della magistratura, del commercio estero, della stampa, ecc. Se questo è accaduto (e del resto non solo a Mosca: non a caso con la sola eccezione dell'Armenia ex dirigenti del PCUS Sj trova- no alla testa degli Stati sorti nella ex URSS) e, ancora, se quasi sempre troviamo ex comunisti a dirigere le varie formazioni po- litiche di destra, di sinistra e di centro e le nuove grandi organiz- zazioni economiche, finanziarie e commerciali (per cui di fatto 24 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA appartengono al]a vecchia nomenklatura i nomi che si possono trovare negli elenchi dei miliardari russi pubblicati spesso dai giornali) non è evidentemente soltanto e neppure soprattutto per I opportunismo o per la cosiddetta «innata vocazione al tra- sformismo» che caratterizzerebbe gli ex dirigenti dell'URSS Né è dovuto alla resistenza - come si è visto a dir poco assai debole - opposta dal PCUS, sia al centro che alla periferia, contro le inizia- tive di chi voleva condannarlo e metterlo fuori legge Di fatto la decisione presa da El'cin il 28 agosto l99i di interdi- re il Partito comunista in quella che era ancora la Repubblica so- cialista federatlva sovietica russa (RSFSR) e di espropriarne il pa- trimonio (decisione avallata da Gorbacev che dimettendosi da segretario generale del partito aveva chiesto l'autoscioglimento el Comitato centrale) non ha incontrato nel Paese ostacoli di sorta da parte di nessuna organizzazione del partito. Il tentativo di awiare un procedimento giudiziario nei confronti del PCUS e di Gorbacev - che tra molte polemiche e reazioni negative anche a!l interno dei «gorbacioviani» rifiutò dal canto suo di presentar- Sl davanti alla Corte che lo aveva convocato a deporre come teste - non ottenne però - come si vedrà più avanti - che un risultato La continuità non poteva esprimersi e non si espresse dunque attraverso i1 PCUS e quel che di esso rimase in vita. Siamo di fron- te qui a qualcosa di assai complesso che rimanda alla questione della natura del tutto particolare del PCUS che, proprio perché era, in quanto partito-Stato, il luogo delle mediazioni e delle compensazioni fra gli interessi e i progetti diversi che conviveva- no, dandosi battaglia e cercando soluzioni favorevoli a questa o a quella parte, interno della facciata monolitica, era anche una sorta dl confederazione di partiti spesso molto lontani fra di loro La realta di questi «partiti» è testimoniata da quel che è awenu to lungo l'intera storia dell'uRss: si pensi alle battaglie, cui han- no posto fine pOl le repressioni staliniste, della «destra» buchari- niana e della «sinistra» trockista, ai sostenitori dopo la morte di Stalin, del «primato» dell'industria pesante e di quelli dell'indu- stria leggera e dell'agricoltura, al tentativo attuato da Chruscev di separare le organizzazioni agricole da quelle industriali così da mettere in piedi una sorta di sistema bipartitico, e ancora agli scontri fra «rinnovatori» e «conservatori» degli anni di Gor- bacev In qualche modo, nel corso del processo di disintegrazio- ne all mterno dell'URSSdi tutto quel che c'era di «sovietico», i di- versi partiti che convivevano all'interno del PCUS si sono via via iberati, dapprima sino al XXVIII Congresso del luglio 1990 (che doveva essere l'ultimo nella storia) dando vita a correnti organiz- LA NOMENECLATURA IERI E OGGI 25 zate (quelle dei conservatori e, dalla parte opposta, dei fautori della «Piattaforma democratica» che tennero la loro prima ri- unione nel gennaio 1990), e poi a vere e proprie organizzazioni separate, del tutto autonome (dal Partito «repubblicano» a quel- lo «democratico», a quello «degli industriali» di Travkin, a quel- lo «agrario» di Lapsin, a quello - anzi a quelli - che continuavano a richiamarsi al comunismo coi loro programmi e, in qualche caso, i loro gruppi parlamentari) che, insieme ai pochi gruppi de- rivanti dalla vecchia opposizione anticomunista di destra e a qualche formazione del tutto, o solo in parte, nuova (i verdi) o proveniente dalle organizzazioni storiche del dissenso, venivano a formare il primo schieramento politico della nuova Russia. In tutti i casi - e anche questo aspetto è illuminante per indivi- duare che cosa era stato il PCUS- si trattava di piccoli partiti di «quadri». I dodici e più milioni di iscritti al vecchio partito di Sta- to si erano come volatilizzati per cui sulla scena erano ora pre- senti soltanto i rappresentanti dei vari e diversi interessi tanti «generali» venutisi a trovare di colpo senza eserciti, o meglio alla testa di forze sbandate, e dunque alla ricerca di un consolida- mento in vista delle nuove e difficili prove elettorali, e non solo di esse. E questo nel momento in cui - ma anche ciò non del tutto al di fuori del vecchio sistema politico (perché, come Si è vlsto, an- che i razzisti di «Pamjat» così come, al di là della Russia, i nuovi leader dei movimenti nazionalistici, avevano avuto nel PCUS e talvolta anche nel KGB, i loro più importanti punti di riferimen- to) - la scena era dominata da un capo carismatico come Boris El'cin, l'unico in grado di raccogliere in quella fase - ma pOI ver- ranno i tempi della netta diminuzione dei consensi e della crisi- grandi folle, ma che sarà però sempre riluttante a fondare il plU volte annunciato «partito del Presidente». 6. La nomenklatura ieri e oggi Quando si affronta il problema di cosa abbia rappresentato un elemento di continuità nel passaggio dall'URSS alle nuove forma- zioni statali, incominciando dalla Russia, non ci si può limitare a guardare ai gradi alti del vecchio gruppo dirigente per seguire le loro vicende sino ad oggi. La nomenklatura - e cioè il sistema bu- rocratico formatosi nell'uRss- non era composta semplicemen- te dai quadri più vicini al segretario generale del partito o dai rappresentanti al massimo livello dei diversi interessi presenti all'interno della società, e ai loro più stretti collaboratori, quelli - cioè chiamati a realizzare le decisioni. Era un sistema, un insie- me articolato di strutture gerarchiche, e cioè diverse per i poteri 26 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA loro attribuiti, per la loro vicinanza, o lontananza, rispetto al po- tere centrale, per l'importanza delle mansioni loro affidate, per i privilegi loro garantiti, ecc. Un sistema di garanzie che andavano dall alto al basso e al quale partecipavano dunque, ai livelli di- versi, centinaia di migliaia, persino milioni di persone. In quanto nata - come ha scritto Michael S. Voslensky - come «la lista dei postl plU importanti» la cui assegnazione aweniva «sull'esclusiva base della raccomandazione e della decisione del Comitato di partito, distrettuale, statale, territoriale», la nomenklatura com- prendeva di fatto tutti «i funzionari che occupavano i posti-chia- ve» . Facevano così parte della nomenklatura - oltre ai dirigenti politici del PCUS, ai ministri, ai diplomatici, ai giornalisti, ai diri- genti delle organizzazioni sindacali, ai deputati dei Soviet ai vari ivelli, ai membri delle Accademie delle scienze delle diverse Re- pubbliche oltreché di quella centrale (il cui Presidente aveva il rango di ministro), ai dirigenti delle varie Unioni (degli scrittori dei cineasti, dei pittori, ecc.) anche - e soprattutto - i direttori dei grandi settori economici e delle aziende di Stato: in breve tut- ti coloro che disponevano di un potere reale di direzione e di Si trattava di gruppi diversi oltreché per consistenza numerica e per I importanza degli interessi rappresentati, anche per la quali- ta e la quantita del potere decisionale concentrato nelle mani dei componenti i singoli gruppi, e cioè per il loro grado di dipenden- za rispetto a Mosca. Si pensi alle aree di autonomia nei confronti del potere centrale strappate dai dirigenti delle varie Repubbli- che allorché, dopo la caduta di Chruscev, venne in discussione con reznev una nuova regolamentazione dei rapporti fra centro e penferia, o - anche - al potere effettivo acquisito dai dirigenti delle aziende del complesso «militar-industriale» spesso concen- trate nelle «città chiuse» (almeno 80 secondo quando si è poi sa- puto), in plU di un caso vere e proprie città-fabbrica nelle quali i irett'ori dell azienda esercitavano in molti campi poteri quasi In qualche modo questi gruppi rappresentavano all'interno del PCUS quei «partiti» (embrioni di partiti) di cui si è detto. Ora nel corso del processo di sgretolamento e poi del crollo dell'uRssgli uomini che facevano parte di questi gruppi, proprio perché rap- presentavano concretamente lo Stato - erano lo Stato - rimase- ro, salvo naturalmente le molte eccezioni dovute all'asprezza del M,IMICHLAEL S VOSjLIE9850KY, N4078menklatura. La classe dominante in Unione sovietica, LA MAFIA DA BREZNEV AD EL'CIN conflitto ideologico che ha caratterizzato quella fase di transizio- ne, al loro posto. . .. f La stampa di Mosca cita, a questo proposlto, esempl slgm lcatl- vi dai quali risulta che in molti centri industriali solo una su sei grandi aziende ha un nuovo direttore. E questo anche se dal glu- gno 1987 i direttori di fabbrica vengono eletti direttamente dai lavoratori Secondo un'inchiesta condotta dai cosiddetti «rap- presentanti» di El'cin (uomini di fiducia del Presidente incaricati di rafforzare il potere centrale nelle varie regioni) su di un totale di 141 dirigenti di partito operanti nelle varie regioni, 33 sono ri- masti nella vita politica come dirigenti, 45 si sono trasferiti nei settori economici ancora controllati e gestiti dallo Stato, 46 nel settore privato mentre 17 hanno abbandonato la regione. Nella loro grande maggioranza i quadri della nomen a ura, seppure hanno dovuto rinunciare, in tutto o in parte, ai privilegi goduti sino ad allora (possibilità di accesso ai negozi, alle case di riposo, agli ospedali «speciali» ecc.), non hanno certo rinunciato però alla parte sostanziale del loro potere. Oltre a CIO Sl sono ve- nuti a trovare nelle migliori condizioni per accedere ai nuovi spa- zi di potere e di privilegio. Proprio perché forti di esperienze di lavoro e dunque di una professionalità che altri, esclusi dalla no- menklatura comunista (e dunque dalla possibilità di recarsi al- l'estero, di aver accesso alle informazioni, di entrare in possesso di valuta straniera, ecc.), non potevano avere, erano in molti casi pressoché del tutto insostituibili. Si aggiunga che in molti casi essi - lo ha rilevato Alexis Berebowitch 15 _ si erano «riconvertiti» sia in molti settori statali sia nelle nascenti strutture commerciali già quando occupavano incarichi almeno all'apparenza soltanto «politici», utilizzando i mezzi allora a loro disposizione. Per que- sto li troviamo tanto spesso alla testa dei partiti nazionalisti, delle grandi aziende di Stato (impegnati in molti casi a battersi contro le riforme di Gajdar, El'cin e Cernomyrdin così come Sl erano battuti - bloccandole - contro le riforme di Gorbacev). 7. La mafia da Breznev a El'cin Il ruolo giocato dalla vecchia nomenklatura nel passaggio dal- l'URSS alla Russia è, seppure soltanto in parte, alla base anche di un altro fenomeno venuto alla luce in modo clamoroso nello stesso periodo: quello che ha visto il progressivo affermarsi un poco ovunque, ma soprattutto nelle grandi città, dappnma all in- terno del sistema di distribuzione e poi via via in tutti gli aspetti della vita quotidiana, di organizzazioni mafiose particolarmente potenti. Non si trattava certo di una novità. Giulietto Chiesa ha raccontato di aver incontrato cittadini russi che si erano detti convinti che la parola mafia appartenesse alla lingua russal6. La mafia usbeka, quella georgiana, quella cecena - per indicare le più importanti - erano infatti ben presenti nel Paese nel passato. Negli anni di Breznev avevano preso nelle loro mani - col soste- gno aperto in molti casi dei dirigenti repubblicani e centrali del partito spesso però in gara, se non in aperto conflitto, fra di loro - il controllo di grandi reti di distribuzione. E si trattava anche della distribuzione di prodotti provenienti dal settore delle im- portazioni, dai magazzini di Stato, dai negozi speciali, dai merca- ti liberi legali (quelli «kolchoziani» aperti nelle città per permet- tere ai kolchoz di vendere direttamente ai consumatori - a prezzi solo in parte «calmierati» per la presenza all'interno dei mercati di «banchi» gestiti direttamente dallo Stato - una parte dei pro- dotti) e dal «mercato nero» illegale. Una serie di legami di tipo mafioso univa tutto questo anche al «mercato della valuta» assai fiorente soprattutto a Mosca e a Leningrado, come hanno potu- to constatare centinaia di migliaia di turisti stranieri che, appena messo piede nella capitale sovietica, venivano «assaliti» da cambia- valute illegali (seppure quasi sempre protetti dalla polizia). Grazie alle coraggiose battaglie condotte da un gruppo di magi- strati (tra i quali Telman Gdjan, divenuto famoso per aver sco- perto i protettori della mafia usbeka collocati ai vertici del PCUS) e da giornalisti (di uno di questi, Arkadij Vaksberg, è il libro ric- co di informazioni di prima mano che abbiamo già avuto modo di segnalare), i dati sui collegamenti mafia-politica degli anni di Breznev sono venuti alla luce in parte già negli anni di Andropov e poi in quelli della perestrojka di Gorbacev. Da allora il fenomeno si è però allargato per le enormi e del tut- to nuove possibilità offerte alle organizzazioni già operanti tanto attivamente nel passato grazie alla progressiva legittimazione di quello che era stato a lungo bollato e colpito come «secondo mer- cato» o «mercato nero» e poi all'awio della privatizzazione, di agire quasi alla luce del sole sia all'interno del Paese che a livello internazionale. Così non solo senza mai abbandonare ma anzi prendendo ancora di più nelle loro mani - grazie anche al mante- nimento degli antichi rapporti con gli uomini della vecchia no- menklatura rimasti al loro posto - i settori controllati nel passa- 16 GlULlEl-rO CHIESA, Postfazione ad Arkadij Vaksberg, La mafia sovietica, Milano Baldini e Castoldi, 1991, pp. 297-300. r to, le organizzazioni mafiose hanno incominciato a occupare i settori nuovi: quelli delle banche, delle neonate società per azio- ni, degli investimenti e degli aiuti provenienti dall'estero, nonché del traffico della droga e - suscitando un allarme ben giustificato in tutto il mondo - quello del mercato delle armi e persino dell'uranio proveniente dai depositi dello Stato. Negli Stati Uniti il direttore della CIA, James Woolsey, dopo che, almeno appa- rentemente solo per caso, era stato scoperto e bloccato un traffi- co di plutonio proveniente da una delle «città nucleari» russe, e presumibilmente diretto verso laboratori nucleari del Terzo mon- do, si è spinto sino a parlare della mafia russa come di un «peri- coloso awersario per l'America e l'Europa». Anche perché le or- ganizzazioni criminali russe, che sarebbero almeno 4000, stareb- bero tentando «di entrare in possesso di una o più testate nuclea- ri, e in particolare di testate nucleari tattiche che possono essere facilmente trasportate»l7. Che non si sia di fronte a pericoli im- maginari è apparso chiaro quando, qualche tempo dopo - la no- tizia è stata diffusa dall'ITAR-TAss il 25 agosto 1994 - due «crimi- nali senza lavoro» arrestati dai servizi di sicurezza di un centro nucleare sin qui rimasto segreto della regione di Niznij Novgo- rod, «Arzamas 16», sono stati trovati in possesso di quasi dieci chili di uranio-238. Nel marzo 1995 poi un traffico di uranio pro- veniente dalla Russia è stato scoperto in Italia (due contenitori del prezioso e pericoloso materiale radioattivo sarebbero stati gettati dai trafficanti nelle acque di un fiume). E in particolare a proposito del traffico della droga che si è par- lato della specifica attività svolta a livello della Russia e più in ge- nerale dell'intera ex URSS dalla mafia della Cecenia che, sino alla guerra condotta dalla Russia di Eljcin nell'inverno 1994-95, ha potuto contare - oltreché su solidi collegamenti internazionali - sull'aperto appoggio di Dudaev, divenuto Presidente della Re- pubblica autonoma. In realtà però i primi tangibili segni della diffusione della droga (che negli anni Sessanta e Settanta era possibile trovare abbastanza facilmente soltanto nelle Repubbli- che sovietiche dell'Asia centrale) a Mosca e nelle principali città della Russia si erano avuti già negli anni di Gorbacev e questo paradossalmente - come è stato notato - nello stesso momento in cui veniva condotta, da parte delle autorità centrali, un'aspra quanto sfortunata campagna contro la bevande alcooliche. E sta- to però soltanto dopo l'acquisizione dell'indipendenza che in va- rie Repubbliche asiatiche (e in Europa sembra nella stessa Ucrai- na) si è incominciato a produrre e a «lavorare» le varie droghe, a 17 La Repubblica, 17 maggio 1994. livelli industriali sia per il mercato interno all'ex URSS e soprat- tutto della Russia (ove all'inizio del 1992, e nonostante l'entrata in vigore di una legge che considerava il drogato non più un am- malato ma il responsabile di un grave reato da incriminare ed ar- restare, i tossico-dipendenti erano, secondo stime semiufficiali almeno 5 milioni) sia per quello internazionale. Quel che si è detto sulla mafia aiuta a individuare una delle ra- gioni dell'aumento della criminalità che si è verificato soprattut- to nelle grandi città. Coloro che hanno studiato il fenomeno, ad esempio Gennadij Cebotarev, sono concordi nell'individuare nel «sistema amministrativo di comando» degli anni di Breznev e poi nell'«economia ombra» da esso generata, nonché infine nei tentativi fatti negli anni Sessanta e Settanta di condizionare l'eco- nomia con la «pressione volontaristica», gli stimoli che hanno portato negli anni Ottanta con la piena liberalizzazione dell'«eco- nomia ombra» al dilagare incontrollato della corruzione e dell'ap- propriazione indebita, e cioè della criminalità mafiosa18. Gran parte dei delitti consumati nelle grandi città sono delitti di mafia e colpiscono in genere membri delle «famiglie» rivali, uomini - magistrati, poliziotti e anche deputati e giornalisti (nel solo 1994 ben tre membri della Duma e altrettanti giornalisti - ai quali si è aggiunto nel marzo 1995 il PiU famoso anchorman di Mosca, Vladislav Listev, ideatore della prima trasmissione politica in di- retta delle TV di Stato - sono stati assassinati) - che operano spe- cie laddove mafia, criminalità organizzata e politica si congiun- gono o si intersecano. In ogni caso si è di fronte ad un aumento vertiginoso della cri- minalità. I dati statistici parlano, per quel che riguarda i reati più gravi, di un aumento del 24 del 1993 rispetto all'anno prece- dente. Il numero degli omicidi premeditati (30.000 casi circa) è aumentato nello stesso periodo del 30% e aumenti considerevoli si sono avuti anche nei reati commessi ricorrendo all'uso delle armi da fuoco nonché nei reati di appropriazione indebita, di concussione e di corruzione (52.000 casi nel 1993). Nell'ottobre 1994 le Ivestija hanno rivelato che ben 50.000 tra imprese, banche e società per azioni sarebbero controllate da or- ganizzazioni criminali. Queste ultime sarebbero alcune migliaia, 170 delle quali avrebbero legami al di là delle frontiere con orga- nizzazioni criminali di altri Paesi interessate a riciclare in Russia soprattutto denaro sporco. Va detto ancora che la presenza cre- 18 GENNAIo EBOTAREV, «La criminalità organizzata in Russia», in Moderniz- zazione e sviluppo, n. 1/2,1994. scente della mafia non è certo da vedere come l'unica e neppure come la principale causa dell'aumento della criminalità. Non può essere dimenticata infatti l'incidenza che sul fenomeno ha avuto e continua ad avere da una parte il vuoto - anche di ideali - che si è venuto a creare soprattutto fra le masse giovanili, in se- guito al crollo dell'URSS, e alle delusioni successive al crollo, e -dall'altra, il continuo aggravarsi della situazione economica, e l'awio di una politica che con la privatizzazione ha incominciato a spingere un poco tutti a cercare per ogni problema una soluzio- ne individuale. 8. La privatizzazione e i nuovi protagonisti Quel che si è detto sulla presenza nei vari settori degli uomini della vecchia nomenklatura non deve però impedire di vedere né quel che c'è di nuovo nel loro ruolo soprattutto per coloro che sono diventati protagonisti attivi, seppure tutt'altro che disinte- ressati, della battaglia per ridurre i poteri dello Stato, né il fatto che accanto ad essi, e in un rapporto spesso conflittuale con essi, è possibile individuare oggi uomini e forze del tutto nuove. Può essere utile, allo scopo di caratterizzare contemporaneamente i ruoli dei vecchi e dei nuovi protagonisti della Russia di oggi, prendere in esame i dati riguardanti il processo di privatizzazio- ne dell'economia (o meglio dell'industria e del settore terziario poiché, per l'agricoltura, solo nel novembre 1992 Si è svolta la prima asta pubblica per vendere lotti di terreno di un grande sov- choz, fallito per l'indebitamento divenuto insopportabile, situato ad una sessantina di km da Mosca). Si tratta di un processo che, limitativamente al settore della cooperazione, ha avuto di fatto inizio con Gorbacev con la legge sul lavoro individuale del primo maggio 1987 per proseguire poi con la legge sulla cooperazione del 26 maggio 1988. In totale il numero delle cooperative è pas- sato dalle 3709 del luglio 1987 (con 39.000 Iavoratori impegnati) alle 300.000 del gennaio 1991 (che occupavano in tutto 6.500.000 addetti)l9. I limiti posti dalla legge allo sviluppo della cooperazione, le for- ti resistenze incontrate dalle aziende da parte dei gruppi conser- vatori, oltre ad una politica fiscale punitiva e all'esistenza di tanti pregiudizi - spesso di natura opposta anche perché le cooperati- ve conosciute come tali sino al 1986 (e cioè i kolchoz) non erano che aziende di Stato camuffate - nei confronti di questa specifica 19 DARELL SLIDER, «Embattled Entrepreneurs: Soviet Cooperatives in an Unrefor- med Economy», in Soviet Studies, v. 43, n. 5,1991. 32 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA forma di proprietà, hanno impedito però che il movimento si af- fermasse come via significativa perché si potesse pervenire al uomo auspicato assetto dell'economia. E stato soltanto dopo il dicembre 1991 che il processo di priva- tizzazione ha incominciato a prendere piede coll'affermarsi ac- canto a quello cooperativo delle altre forme di aziende private Secondo i dati ufficiali già il primo gennaio 1993 le nuove orga- nizzazioni economiche della Russia erano 950.000 e di queste 600.000, con 16 milioni di addetti e cioè il 22% della popolazione attiva, potevano essere definite a tutti gli effetti appartenenti al settore privato delle piccole e medie imprese. Nella sola città di Mosca si contavano alla stessa data 220.000 piccole e medie aziende delle quali il 34 erano a responsabilità limitata, il 26% società anonime chiuse, il 6% di proprietà statale o municipale e il 10% società anonime aperte. Ma nelle mani di chi erano que- ste aziende? Uno studioso francese Laurent Berlie20 che ha con- dotto un'indagine per individuare appunto i «nuovi padroni» delle vecchie e nuove aziende private ha potuto stabilire che essi sono raggruppabili in quattro distinti gruppi: a. gli appartenenti alla vecchia nomenklatura (funzionari dello Stato, responsabili del PCUS, direttori delle aziende di Stato che hanno potuto utilizzare il potere detenuto nel passato per «pri- vatizzare» a loro profitto un certo numero di aziende apparte- nenti allo Stato; b. tecnici, soprattutto tecnocrati che, pur non facendo parte dei gradi alti della nomenklatura, godevano però di un alto prestigio sociale nella società sovietica perché divenuti, grazie al «potere» conquistato con la padronanza acquisita sulle nuove tecnologie, «figure centrali» nelle aziende di Stato; c. personaggi provenienti dal mondo delle vecchie organizza- zioni «illegali» o semilegali della borsa nera che hanno potuto dare forma legale alla precedente attività; d. tecnici e studenti che per arrotondare gli stipendi o le borse di studio divenute del tutto inadeguati hanno deciso di dedicare una parte del loro tempo ad attività speculative. Da questa prima inevitabilmente sommaria classificazione ap- pare evidente come il processo di privatizzazione sia caratteriz- zato in Russia dalla presenza di fenomeni di corruzione e di ille- galità su vasta scala. Già si è detto del ruolo delle organizzazioni mafiose ma il fenomeno a cui ci si riferisce è assai più ampio e complesso come è dimostrato ad esempio dai dati resi noti sul- 20 Le Coumerdes pays de l'E~st, n. 390,1994, PP. 46 SS. LA PRIVATIZZAZIONE E I NUOVI PROTAGONISTI 33 I'evasione fiscale (che raggiungerebbe quote altissime, sino al 50% dell'imponibile). E soprattutto dal clima nel quale si svolgo- no le battaglie - spesso senza esclusione di colpi (le cronache parlano sovente di «banchieri» assassinati, di fallimenti improv- visi dovuti ad operazioni speculative portate avanti con grande spregiudicatezza nella quasi assoluta mancanza di regole, tipico il caso del crollo, awenuto nell'agosto 1994, del fondo di investi- menti moscovita MMM) soprattutto nel campo della raccolta del capitale finanziario. Non è certo strano che in questa situazione, dominata secondo più di un osservatore dal carattere «selvag- gio» di un capitalismo che nasceva sulla base della pura e sempli- ce «legge della giungla», siano apparsi sulla scena personaggi del tutto particolari quali ad esempio, appunto, il Presidente della MMM, Sergej Mavrodin. Questi dopo essere riuscito a mettere le mani su capitali provenienti molto probabilmente dal PCUS, e aver condotto soprattutto attraverso la TV una incalzante cam- pagna pubblicitaria sulla base di risultati iniziali artatamente gonfiati (il valore dei titoli del fondo era passato dai 1000 rubli del dicembre 1993 ai 115.000 del luglio 1994) e aver così raccolto in poco tempo da almeno 4, ma forse oltre 10, milioni di persone somme enormi, non solo ha mandato sul lastrico un numero enorme di risparmiatori del tutto privi di protezione per la man- canza di una legge che ne difendesse gli interessi, ma ha potuto contare nel conflitto che si è poi aperto con lo Stato su grandiose manifestazioni di stima e di solidarietà nei suoi confronti indette da coloro stessi che aveva tanto proditoriamente ingannato. Non a caso del resto anche alcuni degli uomini d'affari moscoviti, di- ventati presto famosi per la capacità dimostrata nell'accumulare enormi ricchezze, sono spesso considerati dalla stampa dei veri e propri «guru». Tale è il caso ad esempio di Konstantin Borovoj, un matematico che è stato tra i fondatori della Borsa di Mosca, di Mar Massarskij, I'«imprenditore filosofo» come lo ha definito il settimanale Novoe Vremja (n. 39, 1992), per non parlare di Ar- tem Tarassov, che dopo aver condotto spericolate speculazioni nella compravendita di ordinatori elettronici si è alla fine rifugiato in Gran Bretagna. Imprenditore «moderno» - anche se l'Herald Tribune e il WaU Street Journal e poi nel marzo 1995, attraverso il Washington Times, la stessa CIA hanno parlato dei suoi legami con la mafia - può essere definito invece Vladimir Gusinskij, for- se l'uomo più ricco del Paese (dopo aver messo in piedi ai tempi di Gorbacev una piccola cooperativa per la costruzione di gara- ges ha creato a poco a poco il gruppo Most dal quale dipendono, tra l'altro, la Most Bank, la Most Development, la NTV, che fa ~ LA RUSSIA POSTCOMUNI\TA ~ concorrenza alla televisione di Stato, il quotidiano Segodnja [Oggi] e la popolarissima stazione radio Eco di Mosca). I miliardari di cui si è detto, grandi protagonisti della corsa sel- vaggia verso il capitalismo - ma verso un capitalismo più impe- gnato, come si è detto, nella distribuzione che nella produzione - sono da vedere anche, per quel che si è detto prima parlando della provenienza dei «nuovi imprenditori» russi, come la punta di un iceberg di un fenomeno di vaste proporzioni che al di là dell'eco- nomia investe inevitabilmente anche la sfera della politica. Assai significativa è a questo riguardo la testimonianza resa da un imprenditore italiano, Galliano Rotelli, che ha messo in piedi a Mosca, con un gruppo di giovani russi, una joint-venture per la fabbricazione di scarpe2l. Rotelli conferma intanto i dati raccolti da Laurent Berlie che abbiamo prima citato: i «nuovi imprendi- tori» che ha conosciuto sono anzitutto giovani o ex giovani che per una serie di precise circostanze - perché avevano potuto operare all'estero presso le ambasciate o le delegazioni commer- ciali sovietiche, o anche perché, dopo aver lavorato nelle struttu- re semilegali e illegali della distribuzione avevano potuto mette- re da parte un po' di valuta straniera - si sono venuti a trovare nella possibilità di utilizzare meglio di altri le aperture concesse dalla legge che autorizzava i cittadini russi a «lavorare come per- sona individuale». Ora - dice Rotelli - sono stati proprio questi giovani, «non più di mille, duemila uomini», usciti «dalla Borsa di Mosca per recarsi davanti alla Casa Bianca a far muro contro i carri armati», «I'elemento imprevisto e forse imprevedibile che ha inceppato il meccanismo del colpo di Stato» contro Gorbacev del 1991 e dato ad El'cin la forza per dar vita sulle ceneri del- l'URSS al nuovo Stato. I nuovi imprenditori di cui si è detto, sorti in aperta guerra con- tro lo Stato e che nei giorni del tentato golpe dell'agosto 1991 si sono schierati con El'cin (anche Konstantin Borovoj - si è appre- so da una rivista di Mosca (Novoe Vremja, n. 16,1992) - ha parte- cipato alla difesa della Casa Bianca raccogliendo l'appello di El'cin) hanno anche cercato - con però scarsa fortuna - di inve- stire direttamente il campo della politica. Così lo stesso Borovoj ha fondato nel dicembre 1991 il «Partito del lavoro libero», chia- mato anche «Movimento civile indipendente per la libertà di im- presa in Russia», divenuto poi nel 1992 il «Partito della libertà economica». Altri imprenditori (tra i quali Zatulin, Massarskij e Vinogradov) hanno fondato a loro volta nel luglio 1993 I'«Unio- 21 MARCO RAVELLI e GALLIANO ROTELLI, La fiera deU Est. Un irnprenditore italiano nella Russia che cambia, Milano, Feltrinelli, 1993, p. 168. ne degli imprenditori per la nuova Russia». Nemici dichiarati di questi partiti e di queste unioni che propugnavano radicali rifor- me di privatizzazione, erano naturalmente in primo luogo i diri- genti delle vecchie e grandi aziende dello Stato che cercavano di conservare, insieme al loro potere, quel che rimaneva del vec- chio ordinamento. E stato per sostenere questi interessi sulla linea però della con- tinuazione della perestrojka e cioè di una politica che si prefigge- va, seppure rimanendo sempre all'interno del sistema sovietico o meglio di quel che di esso rimaneva, di pervenire, attraverso le ri- forme, all'economia di mercato, che è nato tra gli altri il cosid- detto «partito degli industriali» (o meglio «Unione industriale scientifica») di Arkadij Volskij che doveva diventare il nucleo di una delle prime organizzazioni di tipo centrista. Così mentre gli imprenditori privati guardavano, nella loro ricerca di un modello a cui riferirsi, oltreché ai Paesi industriali dell'Occidente, e in questo quadro soprattutto al Giappone, anche alla Corea del Sud e a Taiwan, Volskij guardava soprattutto alla Cina e a quel che allora si stava pensando, e facendo, a Pechino per far camminare l'economia con una politica di apertura verso il mercato e le im- portazioni di capitali dall'estero ma assegnando sempre un ruolo importante allo Stato e alle sue aziende (e ancora - si pensi a Tien an Men - facendo di tutto per bloccare sul nascere ogni ten- tativo di investire con le riforme anche il sistema politico). Non c'era del resto soltanto Volskij a parlare allora della Cina. Stretto fra le pressioni, seppure sempre più deboli, dei sostenito- ri della corsa verso la privatizzazione radicale, sulla base delle vere e proprie intimidazioni che giungevano dalla Banca mon- diale, di Gajdar e dei riformatori, e quelle, per contro, sempre più forti, provenienti dall'opposizione politica e sociale, lo stesso El'cin non ha nascosto lungo tutta una fase non brevissima (si ve- dano le dichiarazioni sulla «via cinese al mercato» come possibi- le «modello» per la Russia da lui rilasciate a Pechino durante la visita del dicembre 1992) di guardare con interesse alla Cina. Le prospettive aperte erano dunque numerose. Ma subito si è dovuto fare i conti con le difficoltà, dopo i primi passi, di portare avanti le riforme e con il continuo aggravarsi di una situazione economica che alla fine del 1991 appariva disastrosa. 9. n mancato decollo economico Per quale ragione questi vecchi-nuovi imprenditori, apparsi così numerosi e - apparentemente - forti alla ribalta, neppure quan- do hanno potuto contare sul sostegno esplicito di governi e di li- 36 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA nee politiche favorevoli, nonché di un sostegno economico e fi- nanziario internazionale che, per quanto inferiore rispetto alla domanda, non può certo essere sottovalutato, non sono riusciti a mettere in piedi almeno le premesse di una ripresa economica? Quel che ha pesato è stata certo in primo luogo l'arretratezza del punto di partenza. La Russia, e con lei tutti Paesi nati dal crollo dell'uRSS, ha iniziato il cammino verso l'economia di mer- cato nelle peggiori delle situazioni. E questo non solo per la ca- duta netta di tutti gli indici economici che si era verificata senza interruzione dall'aprirsi della «crisi generale» della metà egli anni Settanta in poi e, ancora, per le conseguenze che il crollo dello Stato unitario ha avuto sull'intero tessuto economico-so- ciale, in particolare recidendo spesso quasi del tutto ogni legame fra i settori e fra le aziende, e soprattutto fra queste ultime e le aree nelle quali erano dislocate le materie prime o si trovava il maggior numero di consumatori. Quella che subito si è fatta sen- tire è stata la mancanza di meccanismi in grado, dal centro, di av- viare concretamente prowedimenti di riforma o anche soltanto di coordinamento della vita economica. Si aggiunga che si tratta- va di dare il via a riforme nei confronti delle quali c'erano ad un tempo attese assurde (quasi che l'ancoraggio dell'economia al mercato costituisse da solo un toccasana infallibile) e - alimenta- ti dalle campagne dell'opposizione ma anche dalla consapevo- lezza che si trattava di prendere decisioni non popolari e che, al- meno nella prima fase, non avrebbero potuto che rendere anco- ra più gravi le condizioni di vita, già insopportabili, della popola- zione plU povera - sospetti altrettanto spropositati. Anche se non mancavano in Russia economisti di talento (alcu- ne delle più importanti scuole di economia operanti nel mondo di oggi sono nate almeno in parte nell'Accademia delle scienze dell'uRss) quel che pesava era la mancanza di esperienza - e dun- que di operatori, di tecnici, di economisti - in un campo, quello ap,punto dell'economia di mercato, che per decenni era stato vi- sto dal potere come qualcosa che poteva appartenere esclusiva- mente al mondo del capitalismo e quindi bandito. Non si può di- menticare che sino all'ultimo gli economisti che con più decisio- ne e convinzione sostenevano, seppure talvolta criticamente, la pe- r~estrojka di Gorbacev, come Abel G. Agambegjan o Nikolaj Smelev, anche quando ne avevano individuato i limiti, si erano sempre mossi però, e pensavano di continuare a muoversi anche nel futuro, all'interno del vecchio sistema, sia pure modificato. Rispetto agli anni di Gorbacev quel che rendeva tutto più grave erano poi le misure che ciascuna Repubblica dell'ex URSS una volta diventata indipendente prendeva o minacciava di prendere IL MANCATO DECOLLO ECONOMICO 37 nella speranza di salvaguardare meglio i propri interessi (blocco delle esportazioni di materie prime, di petrolio e di gas, costitu- zione di Banche di Stato nazionali in luogo di quella centrale, so- stituzione del rublo con altre monete, tentativo di dar rapida- mente vita in luogo dei precedenti legami interrepubblicani ad un sistema di relazioni dirette con tutti i Paesi, e in primo luogo quelli occidentali ai quali ci si rivolgeva adesso per prestiti ed «aiuti» in ordine sparso). Ma ogni passo - proprio perché non concordato - non faceva che accrescere le difficoltà e aumentare il caos. D'altro canto ogni altra strada diretta a salvaguardare nei nuovi Stati indipendenti le vecchie strutture appariva preclusa perché fondamentale era allora ritenuto dai nuovi dirigenti cen- trali e periferici il distacco da Mosca. Si può ricordare come nell'Europa occidentale - ove in quello stesso periodo si parlava, spesso con un ottimismo che doveva rivelarsi eccessivo, della «moneta unica» come di un obiettivo a portata di mano e dell'in- tegrazione economica come della soluzione migliore per tutti e per ciascuno - c'era chi, definendole assurde, ironizzava sulla vera e propria corsa che i vari Paesi dell'ex URSS, con l'esclusione naturalmente in questo caso della Russia, conducevano per so- stituire il rublo con monete nazionali o sulle spesso contradditto- rie misure che i vari Paesi - le cui economie erano state per 70 e più anni tanto strettamente intrecciate - prendevano allo scopo di spezzare quel che rimaneva in vita delle varie strutture della integrazione. Quel che si faticava a comprendere era che nel continente dell'ex URSS la strada per giungere ad un'economia integrata e ad una moneta unica non poteva passare ormai che attraverso la liquidazione delle strutture della pianificazione bu- rocratico-centralizzata, della Banca unica di Stato e del rublo, e cioè di tutte le forme del dominio di Mosca. Né con la fine dell'uRss erano scomparsi gli uomini che si erano battuti contro Gorbacev su posizioni di conservazione. Essi tro- vavano anzi nuovo alimento per le loro battaglie nel momento in cui incominciava ad apparire, insieme ai primi prowedimenti di riforma, una forte opposizione sociale. Lo scontro con i conser- vatori si aprì dopo che El'cin, che aveva affidato a Gajdar la dire- zione dei dicasteri economici, aveva scelto la strada dell'awio deciso della politica delle privatizzazioni e del mercato. Si inco- minciò il 2 gennaio 1992 con una riforma dei prezzi dawero radi- cale perché di colpo, aumentando dell'80% i prezzi all'ingrosso e del 90% quelli al minuto, si colpiva al cuore il sistema dei «prezzi politici» (per cui a tutti i cittadini - ma a costi divenuti insoppor- tabili per lo Stato anche per l'impossibilità che ne derivava di en- trare nel mercato mondiale con una economia competitiva - ve- 313 IA RU551A iOSl~OMU ~ ~ ~~~ ~~ ~ niva garantito il minimo indispensabile per quel che riguardava i che il partito di Volskij, quello di Ruckoj e quello di Travkin) si prodotti essenziali, la salute, I'istruzione, I'abitazione). Le re- limitarono a parlare di «sostegno critico» al governo. La decisio- azioni della popolazione non si fecero attendere. (Non a caso ne presa il primo ottobre 1992 di awiare la privatizzazione con la Gorbacev che aveva tante volte parlato della necessità di awiare distribuzione a tutti i cittadini di uno speciale cupon o vaucher di la riforma economica con misure antipopolari, incominciando 10.000 rubli (pari allora a circa 40 dollari) per quanto criticata e proprio dalla riforma del sistema dei prezzi, non aveva mai potu- irrisa per il suo evidente carattere populista e demagogico con- to, o voluto, passare dalle parole ai fatti.) tribuì certamente a rafforzare i consensi attorno ad El'cin. La riforma - che si traduceva in un aumento notevole dei prezzi Quest'ultimo, per andare incontro all'opposizione, liberava dal dei generi di prima necessità - colpiva oltre ai pensionati e ai la- carcere Starodublizev, uno dei golpisti dell'agosto 1991, nomina- voratori a reddito fisso tutti coloro che erano esclusi dalla possi- va vice ministro della Difesa il generale Mironov, comunista, e bilità di accedere ai benefici della «seconda economia». Le pro- sostituiva il sindaco di Mosca, il radicale Gavrijl Popov, con Jurij teste furono subito assai ampie e già nell'aprile 1992 El'cin, di Luzkov, esponente della vecchia nomenklatura. fronte alle richieste dell'opposizione parlamentare, fu costretto Nonostante questo però e non solo - come si è visto - sul terre- a togliere a Gajdar il ministero delle finanze e a Burbulis - che no della privatizzazione (ma per la presenza qui di una netta di- conservò però l'incarico di Segretario di Stato - il ruolo di primo visione all'interno della stessa nomenklatura una parte della vice premier e poi ad attenuare assai drasticamente il program- quale si mosse non già per difendere il carattere statale della ma di austerità. Nelle intenzioni di El'cin la ritirata avrebbe do- proprietà, ma per impossessarsi delle aziende) la riforma si are- vuto essere soltanto temporanea. Di fatto già il 15 giugno Gajdar nò e l'economia subì un ulteriore e assai grave colpo di arresto. veniva nominato primo ministro ad interim e soltanto quindici Anche se le previsioni dei più pessimisti che, a Mosca come in giorni dopo il governo presentava al Parlamento e al Fondo mo- Occidente, annunciavano ogni giorno sciagure terribili (carestie netario internazionale - dal quale ci si attendeva un prestito di 24 con migliaia di vittime, rivolte contadine, sollevazioni di disoccu- miliardi di dollari - il testo del programma definitivo e decideva pati) si dimostrarono infondate, il 1992 Si chiuse con un calo net- I'introduzione di un «corso nuovo» per il rublo così da creare le to del 20% rispetto al 1991 del prodotto materiale netto, del condizioni per rendere convertibile la moneta. 18,8% della produzione industriale, del 9% della produzione Le reazioni a quella che venne subito giudicata dall~opposizio- agricola, del 45% degli investimenti (Statisticeskij Bulletin, n. 8, ne una inaccettabile spinta di accelerazione della politica delle 1993). Particolarmente grave fu l'aumento costante dell'inflazio- riforme furono immediate tanto più che per carenza di liquidità ne (che tra il 1991 e il 1992 giunse a lambire quota 2500%). D'al- - e anche per allentare la spinta inflazionistica - il pagamento dei tro canto se la temuta cacciata dal lavoro di centinaia di migliaia salari e degli stipendi, e persino delle paghe dei militari, incomin- di operai non si era verificata (i senza lavoro che a marzo 1993 sa- ciò a subire ritardi determinando situazioni sempre meno tolle- rebbero stati secondo le statistiche ufficiali soltanto poco più di rabili. Protestarono oltre ai gruppi sociali più deboli anche i mi- un milione, erano però almeno 4 secondo l'Organizzazione in- natori del Kuzbass che pure avevano salari superiori anche del ternazionale del lavoro, ai quali andavano poi aggiunti altri mi- 1000% a quelli di base. Tuttavia non si aprì subito la crisi politica lioni di disoccupati «nascosti») non è stato certo per i progressi che da più parti era stata preannunciata. Le proteste non trova- ~ compiuti dall'economia. Anzi. Se non si è giunti al decollo auspi- rono in quella fase una eco sufficiente tra le forze politiche. ~ cato è anche perché la difesa dei livelli di occupazione è stata vo- L'opposizione era ancora debole e divisa. La nascita awenuta il ~ luta e attuata prima di tutto dai dirigenti delle grandi aziende de- 23 ottobre 1992 del «Fronte della salvezza nazionale» compren- ficitarie - in primo luogo le fabbriche di armi - per bloccare le ri- dente varie formazioni dai comunisti antigorbacioviani ai nazio- forme, non awiando nei tempi e nei modi voluti quei processi di nalisti e che si proponeva di battere, seppure utilizzando soltanto riconversione della produzione che erano necessari e imponen- «mezzi costituzionali» il governo El'cin-Gajdar, definito senza do, col ricatto, allo Stato di continuare nella politica delle sov- mezzi termini come «antinazionale», venne allora pressoché una- venzioni o per creare le condizioni migliori perché la privatizza- nimemente giudicata prima ancora che come un fatto politico un ~ zione fosse awiata e portata a termine nel loro esclusivo interesse. episodio pittoresco. Dal canto loro i gruppi centristi che il 21 giu- ~ Insieme agli ostacoli frapposti dall'opposizione sociale e politi- gno 1992 avevano dato vita all'Unione civica (comprendente an- ~ ca, quel che ha impedito che la linea delle riforme andasse avanti 40 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA | I PARTITI POLITICI 41 con la speditezza dovuta, così da permettere di conseguire i risul- tati sperati sia nell'economia dello Stato che nelle condizioni di vita di milioni di famiglie, è sicuramente da cercare nel mancato accordo attorno ad El'cin di un «fronte unito» dei riformatori. Se questo è accaduto è certo anche per le scelte, e gli errori, di El'cin ma soprattutto per la fragilità del sistema politico e delle forze impegnate nel compito di riempire rapidamente, dando vita ad un sistema basato sul pluripartitismo, il vuoto lasciato dal Partito unico di Stato. 10. I partiti politici Soltanto 10 sono i partiti politici (ma in qualche caso si tratta di blocchi elettorali) che hanno ottenuto seggi alle elezioni politi- che del 12 dicembre 1993, le prime svoltesi sulla base di una leg- ge democratica. A questo primo gruppo di formazioni politiche occorre aggiungere quelle nate in seguito, soprattutto dopo i mutamenti intervenuti all'interno delle forze centriste, per cui, in totale, nel febbraio 1995 si dava per certo che alle elezioni par- lamentari indette per il dicembre dello stesso anno, i partiti in lizza sarebbero stati almeno 16. Tuttavia i partiti nati nella prima fase di vita della Russia di El'cin sono molti di più e per fornire un'immagine viva di quel che è nato laddove regnava il mono- partitismo più assoluto può essere opportuno - anche se l'elenco che ci apprestiamo a dare da una parte risulterà incompleto e dall'altra comprenderà un buon numero di aggregazioni politi- che che sono vissute soltanto lo spazio di un mattino o che sono rimaste sulla carta - provare a individuarli e a definirli. Per rag- grupparli è opportuno chiedersi se, e fino a che punto, sia utile utilizzare le tradizionali formulazioni impiegate in Occidente e sostanzialmente accettate da tutti, che distinguono i partiti e le forze della «sinistra» da quelle del «centro» e della «destra». Un tentativo di classificare su questa base i partiti russi è stato com- piuto da un gruppo di collaboratori del Presidente della Russia sulla base della situazione rilevabile il primo dicembre 199222. I partiti venivano così distribuiti: a sinistra, gli anarchici (Confederazione degli anarco-sindacali- sti), i trockisti (Partito marxista-operaio), i comunisti (Unione comunista, Partito comunista operaio, Partito comunista bolsce- vico, Partito comunista dei lavoratori, Partito comunista proleta- n JEAN GUEL~, «1992: une crise institutionelle omniprésente», in E:x URSS: Les E~ats du divorce, Notes et études documentaires. La documentation francaise, n. 4982, 1993, pp. 109-120. rio), i socialisti di sinistra (Partito socialista, Partito socialista dei lavoratori, Partito socialista operaio, Partito unito dei lavoratori); al centro, le formazioni di centro-sinistra (Movimento per le ri- forme democratiche, Movimento russo per le riforme democra- tiche), i socialdemocratici (Partito social-democratico, Partito repubblicano, Partito popolare della Russia libera), le formazio- ni liberal-democratiche (Partito democratico della Russia, Mo- vimento cristiano democratico, Partito costituzionale democra- tico della libertà popolare, Unione popolare di Russia, Partito borghese democratico, Partito russo delle trasformazioni demo- I cratiche); a destra, le formazioni della destra patriottica (Unione popola- re russa, Movimento nazionale russo «Sobor», Partito nazionale democratico, Partito patriottico russo), quelle monarchiche (Rus- sia monarchica, Rinascita cristiana, Associazione Nicola 1, Parti- to monarchico, Partito popolare monarchico, Unione dei discen- denti della nobiltà russa), della destra radicale (Pamjat, Partito liberal-democratico, Unione dei cosacchi della Siberia, Unione delle armate cosacche). Non c'è dubbio che la classificazione (che i suoi autori defini- scono «dottrinale») possa rivelarsi utile come prima, indicativa chiave di lettura del mondo politico russo al suo esordio. Tutta- via soltanto fino ad un certo punto. E questo perché - come si ve- drà più avanti - in Russia una chiara ricollocazione delle forze politico-sociali entro i termini di «sinistra», «destra» e «centro», potrà aversi soltanto quando le forze stesse incominceranno a muoversi come espressione di «basi» e di interessi che, seppure in conflitto fra di esse, avranno però in comune la consapevolezza di operare tutte chiaramente entro la realtà del nuovo assetto statale, politico ed economico. In questa prima e convulsa fase della vita politica russa le cose non stanno così, per cui si definisce spesso «sinistra» quel che si muove non per la difesa degli interessi dei gruppi sociali più po- veri e indifesi ma per conservare e difendere questo o quell'aspet- to del passato. Così troviamo spesso forze che si dicono di «sini- stra» (i comunisti golpisti che hanno combattuto tanto aspra- mente Gorbacev ad esempio) schierate - in alleanza coi naziona- listi più radicali che, pur di difendere l'impero, non fanno troppa distinzione fra la Russia degli zar e quella di Lenin (e di Stalin) - contro tutti i riformatori identificati come «destra». Né si è di fronte soltanto a manifestazioni di piccoli gruppi che - come ci hanno mostrato le immagini televisive - sfilano assai spesso lun- go le strade di Mosca innalzando insieme le bandiere rosse e quel- A'~ ~ = = le zariste. Basti dire che i segretari del Partito comunista russo, del Partito agrario, del Partito popolare Russia libera e l'ex vice Presidente Ruckoj, hanno firmato nel marzo 1994 con l'ultrana- zionalista Sergej Baburin un documento («Nuova intesa per la Russia») col quale si impegnavano a unire le forze per «impedire la scomparsa definitiva della Russia storica» e per «restituire alla Russia la forza e la potenza del passato». Allo stesso modo alla vigilia del voto del dicembre 1993 uno dei partiti ex comunisti che appariva tra i più aperti verso il rinnovamento, quello fonda- to da Roj Medvedev, concluse un'alleanza con gruppi della de- stra cosacca. Altri interrogativi ancora sorgono se si guarda alle forze del centro e a quelle della destra (dove ad esempio il parti- to degli oltranzisti «grandi russi», quello di Zirinovskij, si presen- ta sotto le insegne liberal-democratiche). E poi El'cin è di «sinistra» o di «destra»? In una rivista russa di politologia uno studioso, O.T. Vite, ha pubblicato un saggio23 nel quale si sostiene che nella Duma uscita dalle elezioni del dicem- bre 1993 le forze della «sinistra» avrebbero ottenuto il 41% dei voti, quelle del «centro» il 30% e quelle di «destra» il 29%. Se però si va a guardare si scopre che la classificazione adottata è del tutto diversa da quelle comunemente accolte. D'altro canto non si deve dimenticare che nella realtà russa, per una serie di precise ragioni storiche (per cui «sinistra» era Trockij e «destra» era Bucharin, mentre negli anni di Breznev l'opposizione demo- cratica che si opponeva alla «destra» stalinista e autoritaria veni- va chiamata «sinistra»), il linguaggio politico ha sempre avuto una sua specifica particolarità. Nella fase attuale assai più utile può essere perciò provare a identificare ciascuna forza politica in riferimento alle sue origini (rispetto cioè alla questione - che abbiamo visto quanto sia es- senziale - della continuità col passato) e al ruolo avuto negli even- ti che hanno caratterizzato la nascita del nuovo Stato. Si possono così distinguere intanto i partiti provenienti diretta- mente dal PCUS come espressione delle varie correnti venute alla luce al suo interno negli anni della perestrojka e successivamen- te. Essi sono: - i vari partiti e partitini (almeno una decina) che non hanno ri- nunciato all'appellativo di «comunista». Tra questi il più impor- tante, anche per i risultati ottenuti alle elezioni politiche del di- cembre 1993 (12,40%), PUO essere considerato il Partito comuni- sta russo della Federazione russa, sospeso nell'agosto 1991 e ri- 23 «Zent~izm v Rossijskoj politike», in Poks, n. 4,1994, pp. 29-36. ammesso nel giugno 1992, aperto a tutte le componenti «comu- niste» che si erano opposte a Gorbacev e alla perestrojka per «di- fendere il socialismo» e «l'unità dello Stato unitario». Il suo lea- der è sin dal primo momento Gennadij Zuganov e ha negli organi- smi dirigenti eletti al suo primo congresso del marzo 1993 (che per sottolineare la continuità col PCUS è stato chiamato XXIX Con- gresso) due «golpisti» dell'agosto 1991, Vladimir Krjuckov, ex capo del KGB e Valentin Varennikov, ex ministro della Difesa (oltre a Egor Ligacev che fu per anni il massimo esponente dei «conservatori» del PCUS); - il Partito agrario (7,99% nel dicembre 1993), stretto alleato del Partito comunista di Zuganov. (Il suo massimo dirigente, Mi- chail Ivanovic Lapsin, che in precedenza aveva fondato insieme a Ivan Rybkin, divenuto poi Presidente della Duma eletta nel di- cembre 1993, il Partito socialista del popolo lavoratore, aveva anche partecipato nel febbraio 1993 al Congresso costitutivo del Partito comunista che lo aveva eletto nell'esecutivo); - Donne di Russia (8,13%), raggruppamento fondato e diretto da Alevtina Fedulova strettamente unito al Partito comunista della Russia; - il Partito democratico (5,52%) fondato nel maggio 1990 da Nicolaj Travkin, e che comprende parte della corrente più radicale di «Piattaforma democratica», la corrente dei «rinnovatori» for- matasi all'intemo del PCUS nella fase che ha preceduto il XXVIII Congresso; - il Partito repubblicano, fondato nel settembre 1990 da Vladi- mir Lysenko, Vladislav Sostakovskij e Stepan Sulaskin, tutti pro- venienti da «Piattaforma democratica» del PCUS. (Non ha parte- cipato come tale alle elezioni del dicembre 1993); - il Partito del popolo per la Russia libera, fondato da Aleksandr Ruckoj, comandante militare nella campagna contro l'Afghani- stan che diventerà poi vice Presidente della Russia con El'cin e infine uno dei principali protagonisti della «battaglia di Mosca» del settembre-ottobre 1993; - il Partito socialista operaio, fondato dallo storico Roj Medve- dev e da Anatolij Denisov e comprendente una base di «comuni- sti democratici». (E assai radicato nel Paese ma per vizi di forma nella presentazione dei candidati non ha potuto partecipare alle elezioni del dicembre 1993.) Altre formazioni politiche, seppure in più di un caso dirette da uo- mini provenienti dal PCUS, possono essere considerate però estra- nee rispetto alla tradizione comunista. Tra esse vanno segnalate: - Scelta per la Russia (15,51% dei voti alle elezioni del dicem- bre 1993) fondato nell'ottobre 1993 da Egor Gajdar e da Vladi- mir Sumejko per sostenere la candidatura di El'cin; - il Partito della rinascita della Russia (o Russia libera), nato nel giugno 1993 per sostenere la candidatura di Ruckoj a Presiden- te per iniziativa del gruppo parlamentare «Riforma dell'esercito»; - Partito russo della riforma democratica, fondato dai sindaci di Mosca e di Sankt Peterburg, Popov e Sobcak, dopo la loro rottu- ra con il Movimento cristiano-democratico; - il Movimento cristiano-democratico, nato nell'aprile 1990 e che si batte «per la rinascita spirituale della Russia». Totalmente estranei, per quel che riguarda almeno il gruppo dei dirigenti, alle organizazioni e alla storia del PCUS possono esse- re considerati: - il Partito socialdemocratico della Federazione russa nato nel maggio 1990 e che, diretto da Oleg Rumjancev, non ammette tra i suoi iscritti coloro che siano stati membri del PCUS; - il Partito socialista (di sinistra) fondato nel giugno 1990 da Boris Kagarlickij (proveniente dalle fila di un gruppetto di «euro- comunisti», individuati e incarcerati durante gli anni di Breznev); - il Movimento ecologia costruttiva di Russia (ha ottenuto lo 0,76% dei voti alle elezioni del dicembre 1993); - il Partito nazionale, nato nel 1990 per iniziativa di Aleksej Brumel con l'obiettivo di restaurare la dinastia dei Romanov; - il Partito dei democratici-costituzionali, nato nel maggio 1990 per iniziativa di Viktor Zolaterev, che si richiama al Partito dei cadetti; - la Confederazione anarco-sindacalista, nata nel marzo 1988 per iniziativa di Andrej Isaev e Aleksandr Subin; - l'Assemblea nazionale russa, fondata nel 1992 da Aleksandr Sterlingov e dallo scrittore Valentin Rasputin; - il Partito liberal-democratico nato fra il 1989 e il 1990 per ini- ziativa di Vladimir Zirinovskij, un nazionalista grande-russo dai connotati fortemente razzisti che ha guidato il partito verso un significativo successo nelle elezioni del dicembre 1993. Un caso a sé è quello di Unità nazionale russa, un partito dichia- ratamente nazista fondato da Ivan Barkasov e da Aleksej Ve- denkin la cui base composta da bande di giovani (i «guerriglieri» come amano definirsi) seppure concentrata a Mosca è però spar- sa in tutto il Paese prevalentemente all'interno degli organismi cosiddetti «della forza» (ministero dell'Interno e della Difesa, servizi di sicurezza) per cui è nato il sospetto di un suo collega- mento coi servizi di spionaggio e controspionaggio. Alcuni dei partiti sopra elencati sono del tutto scomparsi dopo le elezioni politiche del 1993 (che, come si vedrà meglio più avan- ti, hanno di fatto rappresentato per le forze politiche una specie di «momento della verità»). Altri prima del voto o all'atto della formazione dei gruppi parlamentari sono confluiti in alleanze elettorali che in qualche caso hanno finito per assumere la fisio- nomia di veri e propri partiti. Tra questi vanno segnalati: - Russia democratica, un blocco fondato da Jurij Afanas'ev, Ar- kadij Murascev, Gleb Jakunin, Lev Ponomarev, Viktor Dietre; - Intesa popolare, che raggruppa il Partito costituzionale de- mocratico, il Partito democratico e il Movimento democratico cristiano; - «Jabloko» (mela), un blocco elettorale nato alla vigilia delle elezioni del dicembre 1993 come forza centrista per iniziativa di Grigorij Javlinskij, Jurij Boldirev e Vladimir Lukin; - Unione civica per la stabilità, la giustizia e il progresso, fonda- to da Arkadij Volskij, già incaricato da Gorbacev di seguire la crisi fra l'Armenia e l'Azerbaigian per il Nagornyj Karabach, comprende il Partito democratico e il Partito di Ruckoj oltre a formazioni minori e ha ottenuto nel dicembre 19931'1,93% dei voti; - il Fronte di salvezza nazionale, comprendente l'opposizione nazional-comunista, sospeso nell'ottobre 1993 per il sostegno dato a Ruckoj e Chasbulatov. Nuovi partiti infine sono nati dopo le elezioni del 1993 e in pre- visione di quelle indette per la fine del 1995. Essi sono: - il Partito della democrazia sociale, fondato nel febbraio 1995 da Aleksandr Jakovlev, ex strettissimo collaboratore di Gorbacev divenuto poi sostenitore di El'cin nonché sino al marzo 1995 di- rettore della più importante rete televisiva russa. Obiettivo di- chiarato del Partito è quello di «unire tutti coloro che intendono proseguire sulla strada delle riforme», in pratica, dopo la rottura intervenuta fra El'cin e Gajdar, tutti i sostenitori del Presidente; - Forza Russia (ad imitazione del movimento fondato in Italia da Silvio Berlusconi) nato per iniziativa dell'ex ministro delle Fi- nanze Michail Fedorov, nettamente all'opposizione; - «Potenza»tdiretto da Viktor Kobelev e nato da una scissione del partito di Zironovskij per raggruppare vari gruppi e gruppetti di estrema destra; - il Partito della coscienza popolare, fondato dall'ex procurato- re generale Aleksej Kazannik, un altro che ha abbandonato El'cin nei giorni della «battaglia di Mosca» del 1993. 46 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA - «Nostra casa Russia», nato nel maggio 1995 per iniziativa del Premier Cemomyrdin come nuovo grande polo moderato. Infine c'è da segnalare la nascita, awenuta nei primi mesi del 1995 a condusione di un lungo processo di scissioni e di ricomposizioni, d una formazione socialdemocratica unificata, l'Unione socialde- mocratica (SDU) comprendente i gruppi facenti capo a Rumjan- cev e a Obolenskij, il Partito popolare socialdemocratico (nato dal Partito popolare della Russia libera dal quale era uscito Ruc- koj), il Partito del lavoro e il Movimento sindacale socialdemocratico. . n lungo cammino verso la società civile L'elenco dei partiti politici nati in Russia dalla perestrojka in poi che qui abbiamo dato è tutt'altro che completo (non com- prende ad esempio le diverse organizzazioni politiche nazionali- ste sorte nelle Repubbliche e nei territori autonomi) e può in- durre in errore. A prima vista potrebbe sembrare infatti lo spec- chio di un Paese altamente politicizzato e basato sulle solide basi di una democrazia pluripartitica. Come si sa - e come conferma- no di continuo le cronache di Mosca dalla quale giungono ad ogni piè sospinto VOCI di golpe in agguato e di minacce alle strut- ture democratiche - la situazione è però diversa. Quelli che ven- gono definiti partiti sono quasi sempre in realtà (l'eccezione è rappresentata da qualcuno dei vari partiti comunisti ancora ba- sati su fondamenta ideologiche e dai partiti nazionalisti, prima di tutto da quello di Zirinovskij, ben radicati in varie aree del Pae- se) aggregazioni di dirigenti politici. Si tratta in sostanza di picco- li raggruppamenti centrali formati dai diretti rappresentanti di interessi (i componenti di quei «partiti interni» al PCUS dei quali si è detto ma che, nonostante il grande numero di iscritti, erano «partiti di quadri» e non di militanti) non soltanto senza basi so- ciali di una certa consistenza, ma spesso privi di tutto ciò - comu- nanza di idee, di valori, di programmi, di progetti nonché di inte- sa circa i mezzi da utilizzare per perseguire i fini comuni - che fanno appunto di un'aggregazione di uomini un partito politico. Da qui l'instabilità e il trasformismo di una classe politica che è nata e che vive per gran parte solo nei palazzi di Mosca, separata dal Paese, l'improwiso passaggio di questo o quel dirigente, e anche di questo o quel gruppo di quadri, da una formazione al- l'altra, la subitanea scomparsa di questo o quel partito e la sua successiva ricomparsa sotto altri nomi. Si è di fronte insomma- come dice l'abusata formula - a generali senza eserciti. Ma gli «eserciti» ci sono: milioni di cittadini chiamati per la prima volta a contribuire col voto democratico a prendere decisioni, e cioè a IL LUNGO CAMMINO VERSO LA SOCIETA CIVILE 47 scegliere i propri «generali». Che fare allora, come e chi sceglie- re, fra tante sigle spesso del tutto sconosciute? Inevitabilmente finiscono per prevalere i nomi e i volti più noti, quelli apparte- nenti al passato, oppure quelli imposti dalla martellante campa- gna della TV e dei giornali. E qui che si forma il terreno partico- larmente fecondo per la nascita dei «capi popolo», eletti spesso con straordinarie percentuali, in vere e proprie elezioni plebi- scitarie. E il caso di El'cin, divenuto Presidente della Russia nel giugno 1991 col 60% dei voti, ma anche di molti Presidenti delle Repubbliche e dei territori autonomi, nonché dei sindaci delle grandi città, come Gavrijl Popov e Anatolij Sobcak, eletti a Mo- sca e a Leningrado rispettivamente nel 1990 e nel 1991 e divenuti presto molto popolari. Tuttavia la «tenuta» dei capi popolo, - ed è il caso dello stesso El'cin - deve fare i conti da una parte con le attese di popolazioni sterminate, alle prese ogni giorno con gra- vissimi problemi di soprawivenza, e dall'altra coi loro limiti poli- tico-culturali (che sono per gran parte i limiti tipici di un populi- smo fondato sulla demagogia) nonché colle difficoltà che si in- contrano - nello stesso momento in cui spesso si tratta di decide- re ed attuare prowedimenti antipopolari (quali ad esempio l'aumento dei prezzi) per promuovere effettivi miglioramenti. E soprattutto con la mancanza nel Paese - non sarà mai sottolinea- to abbastanza - di una effettiva tradizione democratica. Così dopo i primi voti plebiscitari accompagnati dalle grandi speranze riposte nei dirigenti - e anche, di fronte alle sconvolgenti novità del pluripartitismo, della libertà di stampa, delle battaglie eletto- rali dominate dalla polemica politica e dal confronto, da una vera e propria «ondata di partecipazione» che ha coinvolto gran- di masse (sia pure spesso soltanto attorno a programmi e riven- dicazioni di carattere nazionale e nazionalistico) e soprattutto i giovani - ecco subentrare la delusione, con le sue inevitabili con- seguenze: l'allontanamento dalla politica, la ricerca di soluzioni affidata sempre più alla iniziativa individuale, e anche - talvolta - la nostalgia per un passato del quale si finisce spesso per ricor- dare soltanto ciò che rende così difficile il presente. L'aumento a dismisura dell'astensionismo elettorale (per cui in non pochi casi singole tornate elettorali, anche in città importanti, sono state annullate perché i votanti non raggiungevano la soglia minima del 50% prevista dalla legge) è certo il fenomeno che con mag- gior immediatezza illustra l'ampiezza raggiunta dalla crisi di fi- ducia nella politica maturata un poco ovunque nel Paese in un tempo tanto breve. Né il fenomeno riguarda soltanto le masse. Molti dei protagonisti delle battaglie dapprima per la perestroj- ka di Gorbacev, e poi per andare al di là dei limiti della perestroj- 48 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA ka, hanno di fatto abbandonato la politica, per tornare - è il caso, ad esempio, dello storico Jurij Afanas'ev - a fare soltanto lo stu- dioso e il professore universitario. Altri - come Vitalij Korotic che aveva trasformato una vecchia rivista sovietica, Ogonek, in uno strumento di battaglia politico-culturale - hanno addirittura abbandonato il Paese. Significativo, sempre a proposito della caduta di impegno e di partecipazione politica che si è progressivamente venuta regi- strando, è la pressoché totale scomparsa dalla scena degli uomini e delle organizzazioni del dissenso e cioè delle forze che con grande coraggio e attraverso prove durissime si erano battute ne- gli anni delle repressioni brezneviane in nome della Carta dei di- ritti dell'uomo. Così nell'elenco dei cento uomini politici più in- fluenti del Paese che uno dei più diffusi e autorevoli quotidiani di Mosca, la Nezavisimaja Gazeta pubblica regolarmente sulla base ~lelle rilevazioni e delle analisi di un gruppo di esperti, non è pos- sibile trovare, nel luglio 1993, che i nomi di S. Kovalev (famoso per essere stato a fianco di Sacharov e che, eletto deputato alla Duma, è poi divenuto il Presidente del Comitato per i diritti dell'uomo del Parlamento) di padre Gleb Jakunin e della vedova di Sacharov Elena Bonner. Allo stesso modo invano - e la cosa non può non colpire - nell'elenco dei partiti politici oggi presenti cercheremmo le sigle delle organizzazioni clandestine degli anni Sessanta e Settanta («Phoenix», Movimento 5 dicembre, Comi- tato cristiano per la difesa dei credenti, Unione panrussa social- cristiana, ecc.). Analogo discorso può essere fatto per le organiz- zazioni - decine e decine («Tribuna di Mosca», Federazione dei club socialisti, Fronte popolare, «Glasnost», ecc.) - sorte negli anni della perestro~ka e spesso per iniziativa di personalità pre- stigiose del dissenso interno e della cultura, come il fisico Andrej Sacharov, gli storici Michail Gefter e Jurij Afanas'ev. «Memo- rial» fondata all'inizio del 1988 per chiedere, come più volte era stato promesso, che venisse eretta un monumento in onore delle vittime dello stalinismo che non fosse però soltanto un'opera ar- chitettonica, o un centro di documentazione, ma la base di un or- ganismo politico-culturale operante nel presente, esiste tutt'ora ma la sua attività e la sua presenza si sono andate progressiva- mente riducendo. Così se Solzenicyn - che però, anche durante i 20 anni di esilio nel Vermont, non aveva mai mancato di manife- stare il suo distacco dal mondo occidentale oltreché da quello so- vietico - nel maggio 1994 è tornato in Russia, nella loro grande maggioranza i protagonisti delle battaglie degli anni Sessanta e Settanta costretti all'ernigrazione da Breznev - da Andreij Sinjav- skij a Ernest Neizvestnyj, ad Aleksandr Zinov'ev al premio No- IL LUNGO CAMMINO VERSO LA SOCIETA CIVILE 49 bel Josif Brodskij - dopo essere stati a guardare da lontano l'evol- versi delle cose e aver compiuto qualche viaggio a Mosca per sa- lutare gli amici e verificare di persona che cosa era, o non era cambiato - hanno scelto di rimanere nei Paesi nei quali avevano trovato ospitalità. Questo anche perché nello stesso momento in cui il tanto atteso processo di liberalizzazione e di democratizzazione si awiava in tutti campi (scomparsa la censura di Stato potevano nascere e nascevano di continuo nuovi giornali e nuove riviste, piccole e, grandi case editrici, gallerie aperte ad ogni forma d'arte) quel che veniva meno era proprio la collocazione che la società riser- vava agli intellettuali e dunque la loro voce. L'intelligencija che, riempiendo il vuoto nato dalla assenza di quelle strutture di par- tecipazione e di controllo che solo da una lunga stagione di co- struzione democratica possono nascere, era riuscita a mantener- si fedele, sino alla perestrojka, al suo compito di custode e di ga- rantè dello «spirito nazionale russo», viveva ora come ripiegata su se stessa. «Siamo un Paese colonizzato che non è più in grado di produrre nulla», ha detto in un'intervista (La Repubblica, 23 settembre 1994) Anatolij Rybakov, l'autore de lfigli deU'Arbat, il più famoso, se non il più importante, romanzo della Russia del post comunismo. E più avanti: «La letteratura può influenzare la società ma in nessun modo può avere influenza sulla politica. In- cominciare a dire che la Russia si deve ricostruire così o cosà fa soltanto ridere». Queste parole riflettono certo le esigenze ma- turate tra coloro che hanno subito per anni il peso ossessivo, e la politica repressiva - ma anche le lusinghe e i lustrini - dell'ideo- logia della «particità» dell'arte. Ma di fatto proprio perché non hanno mai rinunciato a dire al potere che la Russia «si deve rico- struire così e non cosà», la letteratura e la cultura hanno sempre avuto nella Russia degli zar come in quella dei Soviet un ruolo fondamentale e hanno dato all'umanità pagine tanto straordina- rie. Certo non tutti hanno rinunciato a dire la loro. E su molti temi, quelli connessi ad esempio a Stalin e più in generale alla storia sovietica, il lettore di oggi ha a disposizione non poche opere importanti, incominciando dai romanzi di Rybakov. Quel che prevale però, insieme alla tendenza, dawero assurda, a can- cellare più ancora che a rigettare il passato, è la fuga da ogni for- ma di impegno. Se poi si sfogliano le pagine di coloro che sono ri- masti fedeli alle antiche battaglie, ci si imbatte sempre negli stes- si vecchi nomi. Ecco ad esempio che a chiedere ad El'cin di non tradire la politica delle riforme, facendo continue concessioni ai vetero-comunisti e ai nazionalisti, sono stati nel novembre 1994, con un appello apparso sulle Izvestija, il regista German, la poe- 50 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA tessa Bella Akmadulina, il romanziere Vasil'ev, l'accademico Dmitrij Lichacev, il cantautore Bulat Okudzava, gli stessi cioè che già ai tempi di Breznev, e prima ancora di Chruscev, inviava- no lettere di protesta agli uomini del Kremlino. Ma perché - ci si deve ancora chiedere - così scarso è il numero e la qualità delle opere letterarie (altro è il discorso che può esse- re fatto per il cinema) che giungono a noi da Mosca rispetto agli anni non solo del «disgelo» di Chruscev ma del dissenso e del «samizdat»? Qualche risposta può venire se si presta attenzione oltre a quello che succede, o che non succede, tra i letterati, alla crisi gravissima nella quale versa in generale la cultura scientifi- ca. Ecco che istituti prestigiosi chiudono i battenti per mancanza di fondi mentre scienziati e tecnici sottopagati sono spesso co- stretti per vivere a dedicarsi a umilianti «secondi lavori» (ad esem- pio a vendere vodka nei chioschi o a prestare servizio la notte - come si è potuto leggere nel giugno 1994 su Moscow Times - come poliziotti privati). C'è anche chi tenta di risolvere il proble- ma della soprawivenza - perché di questo si tratta - vendendo all'estero i «segreti di Stato» in suo possesso oppure scegliendo la via dell'emigrazione. La «fuga dei cervelli» ha acquistato una dimensione tanto rilevante da indurre gli Stati Uniti, preoccupa- ti che con l'aiuto di scienziati emigrati da Mosca alcuni Paesi del Terzo mondo riescano a mettere rapidamente mano alla costru- zione di bombe atomiche e nucleari, ad intervenire con appositi finanziamenti per bloccare la spinta migratoria garantendo buo- ne condizioni di vita e di lavoro all'interno dei vecchi istituti ad un certo numero di fisici e di tecnici atomici. Si assiste-così alla dispersione di un grande patrimonio di cultura. E anche questo contribuisce ad allargare l'area della delusione. Come non vede- re il segno di una bancarotta totale, anche morale, nel fatto che persino dall'interno del famoso Istituto di fisica Kurcatov, uno dei punti più avanzati della scienza mondiale rimasto oggi quasi senza fondi, uscirebbe parte di quel plutonio e di quell'uranio sul quale non soltanto uomini di Stato pronti a tutto, ma persino bande criminali di vari Paesi, tentano - come si sa - di mettere le mani? Sembrerebbe dunque - anche da questo - che lungi dall'awici- narsene la Russia si stia allontanando sempre più da quel proces- so di formazione di una società civile che rappresenta, insieme alla presenza di uno «Stato di diritto», la condizione perché un sistema democratico possa sorgere ed affermarsi. Non a caso, del resto nella Russia di oggi ha una straordinaria fortuna - insieme agli innumerevoli maghi e alle fattucchiere di ogni specie - tutto ciò che è irrazionale. Anche qui i precedenti non mancano. Breznev - si sa - non faceva nulla senza consultarsi prima con IL LUNGO CAMMINO VERSO LA SOCIETA CIVILE 5 1 una «maga» di fiducia divenuta presto popolarissima ed El'cin ha continuato la tradizione (sostituendo però la «sensitiva» di Breznev con un gruppo di esperti dell'astrologia e dei fenomeni del paranormale, un vero e proprio centro di informazioni, diret- to da un generale, Anatolij Rogozin, che ogni mattina deve pre- sentare al Presidente un rapporto). Indicativi di quel che è muta- to nella società rispetto agli «anni della speranza» sono anche i dati riguardanti, insieme a quelli della droga, la diffusione degli alcoolici. Come molti avevano previsto la linea del proibizioni- smo tentata da Gorbacev è ben presto fallita, condannata in par- tenza all'insuccesso. E indubbio però che essa esprimeva il biso- gno reale di tanta parte della società di una sorta di «rivoluzione culturale» come premessa per pervenire all'autogoverno. Per quel che riguarda il passato i dati statistici a disposizione sono scarsi e non molto attendibili: il fatto che nel 1994 siano stati cen- siti 7 milioni di alcolizzati e che i danni economici causati dalla diffusione degli alcoolici siano stati stimati in una cifra che va dai 7 ai 10 miliardi di rubli all'anno sono certamente illuminanti però circa l'ampiezza raggiunta dal fenomeno. Quando si parla dei mutamenti intervenuti all'interno e nel profondo della società russa è necessario riferirsi in primo luogo alla dimensione assunta nella vita di tutti i giorni da tutto ciò che riguarda la vita religiosa e il problema dell'appartenenza nazio- nale ed etnica. Ci si può chiedere anzi se non sia proprio questa - del ritorno alla Chiesa e dell'acquisizione di una consapevolez- za nuova del ruolo del fattore nazionale - la via attraverso cui prende forma in Russia una società civile. Quel che soprattutto ha pesato è certamente il vuoto lasciato dalla scomparsa - coi suoi ideali internazionalistici, le sue certezze, i particolari «mec- canismi del consenso» che aveva saputo utilizzare, accanto a quelli della repressione e anche coi suoi riti - dell'ideologia uni- ficante del comunismo. Già si è detto delle ragioni per cui ha pre- so piede il nazionalismo in Russia. Non c'è dubbio che per più di mezzo secolo la grande maggioranza dei russi (diverso è il discor- so che deve essere fatto per i cittadini delle altre nazionalità) sono vissuti come cittadini di uno Stato che affermava il primato di ciò che è «internazionale» rispetto a ciò che è «nazionale». E non c'è dubbio sul fatto che tutto questo ha giocato un ruolo enorme dapprima nella formazione delle generazioni che si sono via via succedute e poi, dopo il «crollo», nel provocare la «cadu- ta» nel «nazionale». In parte il discorso vale anche per spiegare quel che è mutato nella presenza e nel ruolo delle religioni e del- le Chiese in un Paese ove l'ateismo era una «dottrina di Stato». Anche qui si è di fronte a mutamenti impressionanti che hanno 52 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA avuto inizio con l'annullamento, awenuto con Gorbacev che nel settembre 1990 ha varato la legge sulla libertà religiosa, della precedente politica dell'ateismo di Stato. I sondaggi dicono in- fatti che il 70~o dei russi proclamano di aver fiducia prima di tut- to nella Chiesa e ancora che il 40~o di coloro che sino a ieri si pro- fessavano atei si proclamano adesso credenti. (Tra i convertiti - si può aggiungere - non mancano nomi prestigiosi, incomincian- do da quello di El'cin, per non parlare, andando al di là delle frontiere della Russia, di Sevardnadze, oggi Presidente della Georgia dopo essere stato dapprima segretario del Partito co- munista georgiano e poi ministro degli Esteri di Gorbacev.) E possibile dunque avanzare l'ipotesi che se oggi nelle centinaia di chiese di Mosca riaperte al culto (erano soltanto 47 pochi anni or sono ma potrebbero tornare ad essere centinaia come nel passa- to, se non 2000 come nel 1600) è possibile incontrare ogni dome- nica molti, se non la maggioranza, degli atei di ieri, è anche per- ché, in assenza di altre strutture e ideologie unificanti, è la reli- gione che, almeno in parte, si fa strumento della costruzione del- lo Stato. Anche per questo si sbaglierebbe a vedere nello sviluppo avuto, e in forme spesso spettacolari, dalla vita religiosa in tutti i suoi aspetti (aumento del numero dei credenti e dei pra- ticanti, restituzione al culto degli edifici religiosi che lo Stato ave- va incamerato, presenza - in generale - della Chiesa, anzi delle Chiese, nella vita di ogni giorno) semplicemente un aspetto della crisi della politica. Infine un segno indicativo del formarsi di una società civile - ma qui sarebbe più opportuno parlare di coscien- za civile - sta nell'accresciuta sensibilizzazione dell'opinione pubblica di fronte ai problemi della difesa del patrimonio cultu- rale del passato e dell'ambiente. In particolare è infatti grazie alle denunce avanzate da gruppi sorti spontaneamente` un poco ovunque che è stato possibile disegnare e aggiornare di continuo la carta dei gravissimi problemi di inquinamento determinati dall'irresponsabile leggerezza con la quale l'industrializzazione è stata spesso portata avanti. (Si pensi ai danni causati in 14 regio- ni per 55.000 krnq dallo scoppio della centrale di Cernobyl, ai 550.000 ettari di bosco distrutti attorno al complesso siderurgico di Norilsk, a quel che è awenuto e awiene sulle coste e nelle ac- que dei mari e dei laghi che bagnano la Russia.) 12. Un'eredità difficile da gestire Sin dal primo momento, e non soltanto per la presenza alla sua testa di tanti uomini provenienti dalla nomenklatura sovietica, la vita dello Stato russo è stata dominata dal peso enorme dell'ere- li UN'EREDITA DIFFICILE DA GESTIRE 53 dità dell'uRss. Un'eredità che per quel che riguarda vari aspetti del ruolo internazionale (lo status di grande potenza nucleare e il seggio al Consiglio di sicurezza dell'oNu anzitutto) i dirigenti di Mosca, prendendo atto di quel che era mutato con la fine del sistema bipolare, hanno subito rivendicato, e non senza successo, di fronte ad una comunità mondiale preoccupata per le conse- guenze cui si sarebbe potuto giungere in seguito al vuoto che si era venuto a creare col crollo dell'uRss. Quel che si temeva era che il processo di disgregazione awiato nel continente di quello che era stato l'impero sovietico fosse destinato a continuare inar- restabilmente. Per porre un argine alle spinte centrifughe già, come si è detto, il 21-22 dicembre 1991 e cioè a sole due settimane dall'incontro di Minsk, i rappresentanti di 11 Repubbliche dell'ex URSS (e cioè tutte con l'esclusione di quelle baltiche e della Georgia) si riuni- rono nella capitale del }~zakistan, Alma Ata, per dar vita alla Comunità degli Stati indipendenti (CSI). La fretta con cui si agì era anche dettata dal fatto che le rotture intervenute tra le realtà socio-economiche delle varie repubbliche ponevano in discus- sione in più di un caso questioni di vita o di morte per una fabbri- ca, una città, un'intera collettività (si pensi alle industrie che ora dovevano rivolgersi ad un Paese divenuto~improwisamente stra- niero per richiedere le materie prime necessarie per la produzio- ne o per potere ultimare, coi pezzi provenienti da altre aziende, l'assemblaggio finale del prodotto; alla rete dei trasporti stradali, ferroviari ed aerei ancora tutti convergenti verso Mosca, ecc.). Ad Alma Ata vennero sottoscritti numerosi accordi diretti pro- prio a salvaguardare - ponendo alla loro base il principio della parità - quel che si riteneva vi fosse di irrinunciabile all'interno del sistema delle vecchie relazioni. Sin dal primo momento - an- che perché così hanno voluto i suoi fondatori - la CSI non si è pre- sentata sulla scena come «URSS riformata» e neppure come av- vio verso la nascita, su basi confederali, di un nuovo Stato unita- rio. Anche il progetto - se mai c'è stato - di dar vita ad una comuni- tà slava (comprendente cioè i tre Stati che avevano sottoscritto l'accordo di Minsk) è caduto ben presto, dapprima per le reazio- ni negative delle Repubbliche dell'Asia centrale e poi per l'aprir- si di una situazione conflittuale, che doveva ben presto rivelarsi assai grave, fra la Russia e l'Ucraina. Nonostante l'esistenza di tante ragioni politiche, economiche e anche attinenti ai fattori demografici (si pensi ai grandi movi- menti di popolazione da una Repubblica all'altra che si sono ve- rificati durante i 70 anni del potere sovietico in uno Stato ove cir- 54 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA ca la metà della popolazione, come è stato detto, non vive laddo- ve è nata) che avrebbero dovuto spingere, come avevano ritenuto i sostenitori dello Stato unitario, a mantenere in piedi qualcosa di simile all'uRss, diventava difficile dunque anche soltanto pen- sare di conservare una moneta unica e di dar vita ad una zona di libero scambio. Per quel che riguarda la Russia il «dopo URSS» veniva reso più grave dal fatto che il nuovo Stato, proprio perché si era presentato sulla scena come principale, se non unico, erede dell'uRss (e come tale era stato riconosciuto da un Occidente che, come si è detto, temeva che dal crollo potessero aprirsi con- flitti pericolosi, anche nucleari, che avrebbero potuto coinvol- gerlo) aveva dovuto assumere nelle proprie mani una serie di im- pegni molto gravosi. Questi impegni riguardavano in particolare il vecchio debito dell'Unione Sovietica (stimato in 85-87 miliardi di dollari nel 1993) nonché le spese per l'Armata rossa all'inter- no dell'ex URSS e, all'esterno, nella Cecoslovacchia e soprattutto nell'ex RDT, nonché la questione del controllo delle armi nuclea- ri presenti oltreché nella Russia anche nell'Ucraina, nella Bielo- russia e nel Kazakistan. Su tutte queste questioni un certo nume- ro di accordi vennero raggiunti già nelle prime riunioni della csl, non però col Kazakistan, la Bielorussia e l'Ucraina, e soprattutto con quest'ultima, sui temi del controllo delle armi nucleari e del mantenimento degli impegni presi dall'uRss sul disarmo. E que- sto perché i dirigenti kazaki, bielorussi e ucraini - alle prese con gravi problemi interni - tentarono di utilizzare la presenza sul loro territorio degli ordigni nucleari dell'ex Armata rossa per trattare da posizioni più forti con gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali nonché con la stessa Russia, le questioni dei prestiti e degli aiuti. Tra la Russia e l'Ucraina si aprì ben presto un confrònto - che doveva giungere più di una volta sino ai limiti di un vero e pro- prio conflitto - sulla sorte della flotta da guerra del mar Nero, in gran parte concentrata nella base di Sebastopoli, e - soprattutto - della Crimea, la penisola che nel 1954 Chruscev, per celebrare i tre secoli di unione fra la Russia e l'Ucraina, aveva assegnato a quest'ultima ma che era abitata prevalentemente da russi. Nel momento in cui rivendicava la Crimea, la Russia doveva fare i conti poi col problema rappresentato dalla presenza al di là delle frontiere del nuovo Stato, soprattutto nell'Ucraina, nel Kazaki- stan, nella Moldavia e nei Paesi baltici, di forti minoranze russe (per un totale, come si è già detto, di almeno 25 milioni). Si trat- tava in qualche caso (Moldavia, Crimea) di minoranze combatti- ve, decise a chiedere se non sempre il ritorno dei loro territori alla Russia, almeno sostegno e protezione a Mosca. In altri casi UN'EREDITA DIFFICILE DA GESTIRE 55 (Lettonia, Estonia, Lituania) vi erano minoranze alle quali con prowedimenti discriminatori erano stati tolti, o considerevol- mente ridotti, i diritti fondamentali (come quello di cittadinan- za). Per affrontare questi temi, e in assenza di validi terreni poli- tici di incontro, la Russia utilizzò nei Paesi baltici la presenza dei presidi nonché delle basi aereo-navali dell'Armata rossa, condi- zionando il ritiro delle forze militari al raggiungimento di accor- di relativi allo status delle minoranze russe colà residenti. Né l'utilizzazione dell'ex Armata rossa ai nuovi fini politici del- la difesa della Russia e delle sue posizioni nei confronti degli altri Paesi dell'area ex URSS si è limitata ai Paesi baltici. Dalla Molda- via, al Caucaso, all'Asia centrale, oltreché all'interno stesso della Russia, le sue truppe sono spesso impegnate in operazioni mili- tari anche di non piccola mole, ora per difendere le minoranze russe, ora come vera e propria forza di polizia per tentare di se- dare - come forza sopra le parti - i conflitti locali, ad esempio fra gli osseti del Sud e gli ingusci e, ancora, fra gli abchazi e i georgia- ni (ma talvolta anche per parteciparvi così da condurli verso esiti ad essa favorevoli). Nel modo più esplicito questi nuovi e specifici compiti delle for- ze armate sono indicati nei documenti ufficiali sulla politica este- ra (nei quali si tende ad ottenere dall'Occidente il riconoscimen- to del ruolo che la Russia ha, o meglio aspira ad avere, come for- za di pace in un'area che considera sottoposta alla propria in- fluenza) nonché in quelli relativi alla «dottrina militare» dello Stato (si veda in particolare il documento reso noto nel novem- bre 1993 dal ministro della Difesa Pavel Gracev). Tuttavia que- sto ruolo «politico» che i dirigenti di Mosca, incominciando da El'cin, hanno cercato di assegnare alle forze armate viene spesso contestato anche assai duramente. Da una parte all'interno degli Stati maggiori si giunge spesso a veri e propri atti di sfida nei con- fronti del potere. (E questo con le motivazioni più diverse: per- ché, ad esempio, si è contrari ad una politica di riforme economi- che e di privatizzazione che tenderebbe inevitabilmente a colpire in primo luogo - si teme a ragione o a torto - le grandi industrie militari, o anche perché - e lo si è visto nei giorni della guerra ce- cena - ci si ribella all'idea che soldati russi possano essere chia- mati a far fuoco contro loro compatrioti.) Dall'altra i «politici» di Mosca devono fare i conti con la particolare situazione di fru- strazione in cui versano molti ufficiali e soldati. Si pensi al dram- ma dei militari costretti a restare anni e anni, ben al di là del pe- riodo di ferma, lontano dal Paese nelle caserme e nei presidi del- la Germania orientale, dei Paesi baltici, e della Polonia, spesso soltanto perché non c'era posto in patria per assicurare a tutti 56 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA una casa e un lavoro (e in molti casi costretti per vivere - essi, gli eredi di coloro che avevano sconfitto Hitler - a vendere, col taci- to consenso degli alti comandi privi di mezzi per garantire il ne- cessario ai presidi, nei mercatini delle pulci materiali di ogni ge- nere - divise, colbacchi, onorificenze ma anche armi - dell'Ar- mata rossa). E ancora si pensi alle continue e umilianti ritirate - dall'Afghanistan ma soprattutto dall'Europa orientale e dalla Germania (da dove le ultime truppe russe sono partite alla fine di agosto 1993 dopo che nell'aprile precedente il governo tede- sco si era impegnato a finanziare il loro ritiro con un prestito di 4 miliardi di dollari). 13. spinte disgregatrici e riflessi imperiali Sin dal primo momento le principali preoccupazioni del gruppo dirigente russo hanno riguardato la questione della natura e del- la stessa integrità territoriale dello Stato all'interno del quale operavano poderose spinte centrifughe non molto diverse da quelle che avevano portato al sorgere nei territori dell'ex URSS degli Stati indipenderiti. La gravità e l'ampiezza della spinta di- sgregatrice è venuta alla luce nel dicembre 1994, nei giorni cioè della guerra scatenata dalla Russia contro la Cecenia, una piccola Repubblica del Caucaso ricca di petrolio e abitata da una popo- lazione turco-musulmana. Non si era però di fronte semplice- mente alla questione dell'indipendenza della Cecenia e alla pro- spettiva - come da più parti si temeva - che il movimento seces- sionista potesse allargarsi alla vicina Inguscetija e ad altre Repub- bliche del Caucaso. E questo non solo perché anche la Tatarija (Tatarstan), collocata nel centro della Russia, ma abitata per la maggioranza da una popolazione di origine turca è di religione musulmana sunnita, e - ancora - la Repubblica di Tuva, situata questa nella Siberia meridionale ai confini con la Mongolia e abi- tata da una p~polazione di origine mongola, avevano non solo proclamato già nel 1990 l'indipendenza, ma rifiutato, insieme alla Cecenia, di aderire al Trattato federativo (sia pure per rag- giungere con la Russia - si veda soprattutto il documento sotto- scritto dal Tatarstan dopo un anno di trattative - accordi che mo- dificavano il precedente status di autonomie). La verità è che, venuto meno il collante rappresentato dalla forza, dal prestigio internazionale, ma anche dall'ideologia e dall'autoritarismo, e di fronte alla perdita di potere, dapprima con Gorbacev e poi con El'cin, dei governi centrali, prendevano piede e in più punti, su- scitate da movimenti nazionalisti che in più di un caso erano nati all'interno dei partiti comunisti locali, una serie di situazioni as- SPINTE DISGREGATRICI E RIFLESSI IMPERIALI 57 sai gravi che mettevano a dura prova la capacità di «tenuta» del- lo Stato unitario. Alcune di queste situazioni di crisi si presentava- no come veri e propri conflitti territoriali dovuti al modo col qua- le erano stati tracciati nel passato i confini di Stato (ad esempio per il Transniestr nella Moldavia ai danni della Romania) oppu- re (ad esempio nell'area del Caucaso) i confini fra le varie Re- pubbliche dell'Unione. In più di un caso - prima di tutto laddove nel xlxsecolo la colonizzazione russa (col sostegno in più occa- sioni degli armeni, degli osseti e dei georgiani) aveva dovuto fare i conti con le resistenze e le rivolte dei popoli musulmani del Caucaso del Nord e del Daghestan - questi conflitti avevano as- sunto un netto carattere antirusso seppure non sempre separati- sta. In altre aree - ad esempio a Kyzyl-Orda, capitale di Tuva- non solo si sono verificati incidenti e conflitti anche sanguinosi, ma si è determinata una situazione tanto critica da costringere una parte della popolazione russa a trasferirsi altrove. (Non si trattava anche qui di un caso isolato: basti dire che fra il 1993 e la prima metà del 1994 circa 2 milioni di russi sono rientrati in pa- tria, in gran parte fuggendo dalle altre repubbliche mentre oltre 400.000 sono coloro che nello stesso periodo hanno lasciato il Paese.) Sull'onda di grandi manifestazioni per l'indipendenza anche la Baskirija (Baskortostan), che alla fine del 1993 si era data una Costituzione repubblicana in più punti decisamente contrastante con quella federale, ha ottenuto dal potere centrale di essere riconosciuta come Stato sovrano, con diritto quasi esclusivo di disporre delle proprie ricchezze naturali (petrolio). Anche vari gruppi etnici minori, tra i quali alcuni non stretta- mente collegati ad un preciso territorio, hanno incominciato a far sentire la loro voce e a dar vita a movimenti e a forme di asso- ciazione di varia natura. In taluni casi sono persino riusciti a creare realtà semistatuali e a conquistare aree di reale autono- mia. E il caso oltreché del Congresso del popolo tataro (che ha una giurisdizione su oltre 5 milioni di appartenenti alla comunità sparsi, al di là del Tatarstan, un poco in tutto il Paese) dell'Asso- ciazione - divenuta poi Confederazione - dei popoli del Cauca- so. Le popolazioni cosacche sono riuscite dal canto loro a dar vita, oltre ad una serie di organizzazioni per la difesa e lo svilup- po delle loro tradizioni e cultura, anche a strutture militari che solo in qualche caso sono poi entrate a far parte, come forze spe- ciali di frontiera, dell'esercito regolare. Né il processo riguardava soltanto le popolazioni non russe. Spinte verso l'autonomia e in qualche caso verso l'indipendenza si sono verificate infatti anche dall'interno della più profonda Rus- sia. Il 29 settembre 1993 i rappresentanti di 14 assemblee elettive 58 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA delle regioni siberiane riuniti a Novosibirsk si sono ribellati aper- tamente ad El'cin che aveva revocato il potere dei Soviet territo- riali e, minacciando il blocco delle forniture di carbone, di gas e di petrolio destinate all'esportazione, l'interruzione delle forni- ture di energia elettrica e la chiusura della ferrovia transiberiana hanno chiesto a Mosca con un vero e proprio ultimatum che en- tro l'ottobre 1993 venisse indetto un referendum sulla formazio- ne di una Repubblica siberiana. Ad awiare la rivolta era stato Vitalij Mucha, fondatore nel 1990 dell'Associazione interregio- nale del Patto siberiano che univa una serie di entità territoriali di vario tipo (dai territori autonomi dell'Altaj e di Krasnojarsk, ai circondari dei Taimyrskij, degli Evenkijskij, degli Aginskij-Bu- riatskij, degli Ust' Ordinskij, alle regioni autonome di Kemero- vo, Novosibirsk, Omsk, Tomsk, Irkutsk, Cita, alle Repubbliche autonome di Altaj, della Burjatija, di Tuva). Nel passato Mucha era stato primo segretario delle organizzazioni del PCUS di Novo- sibirsk e giacché anche quasi tutti coloro che con lui avevano fon- dato l'associazione del Patto siberiano erano stati alti dirigenti del partito, la minaccia potenzialmente secessionista provenien- te dalla Siberia venne subito considerata un tentativo della vec- chia nomenklatura di conservare le posizioni di potere24. Poco dopo El'cin, favorito anche dal fatto che l'Associazione siberiana aveva legato la sua sorte a quella del vice Presidente Ruckoj e a Chasbulatov, e cioè a coloro che dovevano uscire sconfitti dalla «battaglia di Mosca» del settembre-ottobre 1993, ha potuto re- spingere la minaccia. Vitalij Mucha, così come il Presidente del Soviet di Kemerovo, Aman Tuleev (che all'assemblea di Novosi- birsk aveva proposto di proclamare subito la Repubblica siberia- na) venne destituito. Ma i fatti dovevano dimostrare che non si era di fronte soltanto al tentativo dei vecchi quadri di rimanere al loro posto. Quel che la fine dello Stato unitario aveva messo in discussione era chiaramente un nuovo patto oltreché fra il popo- lo russo e gli altri popoli~anche fra il potere e i cittadini, fra il cen- tro e la periferia. E a provarlo c' era quel che accadeva nello stesso periodo nella regione di Sverdlovsk, che si era proclamata Re- pubblica degli Urali, in quella di Vologda, autoproclamatasi Re- pubblica autonoma nel maggio 1993, così come a Vladivostok (territorio di Primor'e) ove lo statuto di Repubblica autonoma venne chiesto con un referendum popolare dal Parlamento re- gionale. Si dirà che in questi casi si era di fronte non già ad inizia- tive spiccatamente di carattere separatistico ma a proposte diret- 24 BORIS SISLO, «Mosca addio? La Siberia sfida El'cin», in Limes, n. 1,1994, pp. 123- SPINTE DISGREGATRICI E RIFLESSI IMPERIALI 59 te ad ottenere maggiore autonomia all'interno della Federazio- ne russa. Che potrà succedere però se le autonomie tanto a lun- go richieste non verranno concesse? Dato che «l'impoverimento della Siberia - ha scritto Sislo nell'articolo già citato - è la conse- guenza più terribile della dissoluzione dello Stato centralizzato», necessariamente le regioni siberiane, abbandonate ora al loro destino, «devono cercare autonomamente una via di salvezza», per cui se Mucha è stato battuto «è rimasto però il suo program- ma, sono rimasti i problemi irrisolti dell'autonomia delle regioni della Russia e più in generale è rimasto il problema del federali- smo». Che la questione dell'istaurazione di rapporti nuovi fra il centro e la periferia, e cioè della fondazione di un nuovo Stato sulla base di un nuovo contratto fra i popoli che lo abitano, sia oggi centrale è dimostrato dal modo col quale la materia è regolata. La Russia comprende oggi ben 89 distinte entità territoriali: 21 Repubbliche autonome (rispetto alle 16 precedenti), 1 Regione autonoma ebrea (il Birobidzan, assegnato - ma con poca fortuna - agli ebrei come «terra promessa» negli anni- Trenta), 10 Cir- condari nazionali autonomi (okrug), 49 Regioni (oblast), 6 Ter- ritori (kraj), 2 città-regione (Mosca e Sankt Peterburg). (Si veda- no nell'appendice i dati completi riguardanti il sistema ammini- strativo come risulta dalla Costituzione approvata con referen- dum popolare il 12 dicembre 1993.) Non c'è forse un Paese al mondo che abbia un sistema più complesso e articolato e anche più confuso e aperto al sorgere - dato che ogni «soggetto» può es- sere tentato di passare da uno status inferiore a quello superiore - di conflitti anche molto gravi. Rimane da chiedersi quale in- fluenza abbia avuto e abbia sulle spinte disgregatrici e sui riflessi imperiali che continuano a muovere Mosca la questione dello «scambio ineguale» che ha caratterizzato i rapporti fra zone e zone dapprima nell'impero zarista e poi, sia pure in forme diver- se e con motivazioni diverse, nell'uRSS. La verità è che il processo di disgregazione dell'«impero russo» non si è concluso - e non poteva concludersi - con la fine del- I URSS e con la trasformazione delle varie Repubbliche che la comprendevano in altrettanti Stati indipendenti: esso è conti- nuato e continua laddove di fatto l'«impero russo» vive ancora come tale continuando ad esempio a guardare alle aree del Nord, del Caucaso e della Siberia ricche di materie prime e di petrolio, come a «colonie» da sfruttare. Anche qui ci si trova di fronte a protagonisti che solo in parte sono «nuovi». A presiedere il go- verno fantoccio della Cecenia messo in piedi a Mosca allorché venne deciso nel dicembre 1994 di usare le «maniere forti» con- 60 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA LA BATTAGLIA Dl MOSCA 61 tro il regime di Dudaev, è stato messo ad esempio l'ex ministro sovietico del petrolio. Uomini della vecchia nomenklatura si tro- vano poi alla testa delle varie «compagnie» sorte in gran fretta e non sempre in modo chiaro per dividersi ed esportare il petrolio russo. (L'«affare» ammonterebbe ad oltre 15 mila miliardi di lire e una di queste compagnie, la «Rostoplovo», sarebbe nelle mani, secondo il Financial Times, dello stesso El'cin.) Né - si deve ag- giungere - si è di fronte soltanto al problema rappresentato dalla «spinta imperiale» della Russia. Il crollo dell'uRss, e - insieme - la presenza al di là delle fron- tiere sud orientali della Russia di un mondo islamico che, seppu- re non sia tutto riconducibile al fondamentalismo, è però sempre in ogni caso in espansione, ha inevitabilmente portato ad un im- pegno nuovo nell'area delle altre potenze, oltreché delle princi- pali compagnie petrolifere. Basti dire che sono almeno venti le grandi società petrolifere occidentali interessate ai giacimenti di greggio del mar Caspio e dunque agli oleodotti e ai gasodotti in funzione e a quelli progettati per il trasporto del petrolio attra- verso il territorio russo. Si può dunque dawero sostenere come ha fatto Zorez Medvedev (I'Unità, 9 febbraio 1995) che forse la guerra di Cecenia non sarebbe nata, col tacito consenso degli oc- cidentali, che per permettere alla Russia di «garantire il normale funzionamento delle linee di trasporto che attraversano la Cece- nia» e di bloccare le spinte separatiste presenti soprattutto nell'area del Caucaso. Certo il fatto che per piegare la Cecenia, Mosca non abbia esi- tato a far ricorso alla potenza distruttiva delle armi (le vittime tra militari e civili sarebbero state circa 25.000) può forse aver bloc- cato per qualche tempo le spinte disgregatrici. E però significati- vo che proprio nei giorni della guerra e, successivamente, per av- viare trattative tra le parti, alcune Repubbliche autonome della Federazione russa si siano mosse come forza di mediazione fra Mosca e Groznyj, e dunque come corpi separati e distinti. O che il Presidente della Cuvasija, Nikolaj Fedorov, che in precedenza era stato un discusso ministro della Giustizia del governo di El'cin, abbia emesso un decreto - subito invalidato dal potere centrale ma non per questo meno significativo - col quale si in- tendeva garantire ai giovani cuvasi che si trovavano sotto le armi la possibilità di rifiutare di svolgere il servizio militare nella Ce- cenia. Il Presidente della Baskirija, Murtaza Rakimov, ha fatto poco dopo altrettanto e ha accettato la proposta di un incontro interrepubblicanO a livello regionale. «La Russia sarà Russia - si afferma nel documento sottoscritto a Ceboksarij, capitale della ~p, dai rappresentanti delle Repubbliche del Caucaso con- vocati da Fedorov - solo quando si ricorderà di essere un Paese multinazionale e multiconfessionale, uno Stato democratico e federale che rispetti i propri cittadini.» Ma riuscirà la Russia ad avviare e a condurre in porto quella riforma radicale dei rapporti fra centro e periferia che sola potrebbe permetterle di continua- re ad essere uno Stato unitario entro i suoi attuali confini? Quel che colpisce è che - salvo qualche eccezione - anche le forze e gli uomini dell'opposizione democratica che pure, come ha fatto ad esempio Gajdar, hanno duramente condannato El'cin per la guerra di Cecenia, non hanno sollevato la questione della rifor- ma dello Stato e cioè di quel che occorre fare - modificando an- zitutto e in punti essenziali la Costituzione centralistica approva- ta nel dicembre 1993 - per trasformare l'ex impero - quel che ri- mane di esso - in una comunità di Stati e di popoli liberi. «Se la Russia non riuscirà a darsi un ordinamento statale più democra- tico e omogeneo - ha scritto a questo proposito Olga Vasileva sul n. 20,1995 di Novoe Vremja - se non saprà mettere a punto meccanismi che consentano il funzionamento di una società multietnica, l'intreccio dei diversi nazionalismi potrà avere con- seguenze sanguinose.» 14. La battaglia di Mosca Se la rottura col passato e la nascita della nuova Russia sono ap- parse subito personificate nella figura di Boris El'cin - che pure, come si è visto, veniva dalla nomenklatura sovietica - è stato però il Parlamento, e cioè il Congresso dei deputati e il Soviet su- premo della ex Repubblica federativa russa scaturiti delle elezio- ni del marzo 1990, a rivelarsi il principale strumento di continui- tà politica col passato. Questo, forse inevitabile (giacché nessuna cosa pub nascere nel vuoto) peccato originale del nuovo Stato russo, non divenne però subito palese: fu anzi grazie al Parla- mento e attraverso il Parlamento che El'cin portò avanti la rottu- ra con Gorbacev e con l'URSS (proclamando lo scioglimento del PCUS, awiando la riforma del KGB, ecc.) sicché anche per sua scelta venne presto scartata l'idea di dar vita rapidamente ad un'assemblea Costituente avente il compito di dare basi sicure - e sicure perché fondate sulla nuova rea1tà del postcomunismo - al nuovo Stato. Rifiutando la via di dare subito alla Russia istituzioni proprie e confacenti al nuovo stato di cose, si contribuiva a creare una si- tuazione fortemente contraddittoria che non poteva che deter- minare - come poi si verificò puntualmente - un conflitto grave e senza soluzione che non fosse la sconfitta e l'uscita dalla scena di una delle forze in campo. Da una parte c'erano le forme ancora incerte del nuovo Stato, con le forze e con gli uomini (prima di tutto il suo Presidente, eletto nel giugno 1991 ma che sarà poi confermato, e dunque pienamente legittimato nel suo ruolo di fondatore del nuovo Stato, col referendum dell'aprile 1993) che si muovevano nella nuova realtà statale, e dall'altra c'erano una Costituzione e un Parlamento non soltanto nati nel vecchio Stato ma spinti a guardare ad esso come ad un modello da recuperare. Ad El'cin e ai suoi uomini non sfuggiva certo il fatto che fosse necessario fare i conti con le vecchie istituzioni. Invece di affron- tare il problema nei suoi termini istituzionali venne scelta la stra- da, che doveva rivelarsi del tutto improduttiva oltreché assurda come mezzo per liquidare il passato, del tentativo di mettere sot- to processo il PCUS, e con esso Gorbacev. (Quest'ultimo, ora solo Presidente della Fondazione di studi e di ricerche politiche che aveva creato insieme al gruppo dei più stretti collaboratori, era tagliato fuori dalla possibilità di far politica all'interno della Rus- sia perché inviso ad un tempo ai nazionalisti, ai comunisti dei vari partiti e ai «democratici».) Concentrando l'attacco contro il vecchio Partito-Stato e contro l'ex Presidente dell'uRss, El'cin non faceva però che allargare il conflitto ad altre forze e in parti- colare alla Corte costituzionale. Dopo aver istruito un vero e pro- prio processo (al quale Gorbacev, chiamato come teste, rifiutò di partecipare) la Corte emise alla fine un verdetto salomonico: la sentenza emessa da una parte confermava la validità del decreto che era stato emesso da El'cin il 23 agosto 1991 (e cioè subito dopo il tentato golpe) per interdire le strutture organizzative «verticali» del PCUS, e proclamava che il patrimonio del Partito doveva essere confiscato e restituito allo Stato, ma dall'altra pre- cisava che le organizzazioni di base del PCUS, quelle cioè «oriz- zontali», potevano proseguire nella loro attività. Quel che era fallita con la sentenza della Corte costituzionale era l'idea, che se non El'cin qualcuno accanto a lui aveva sicura- mente vagheggiato, di una clamorosa «Norimberga» del PCUS - e di un PCUS che andava da Stalin, anzi da Lenin, a Gorbacev - come fondamenta del nuovo Stato. Si inseguivano cioè i fanta- smi e si suscitavano nel Paese e fuori di esso allarmi sulla tenuta democratica del gruppo dirigente, mentre di fatto il conflitto reale fra vecchio e nuovo si apriva - e non poteva non aprirsi - che a li- vello istituzionale, fra il vecchio Parlamento, divenuto sempre più forza di opposizione, e, in assenza di un blocco democratico riformatore per le continue rotture che si verificavano all'interno di coloro che avevano sostenuto all'inizio El'cin, il potere presi- denziale e la persona del Presidente. 62 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA ~ ~ ~ ~ ~ Questo conflitto, che doveva essere gravido di conseguenze ne- gative e anche tragiche, si aprì già all'inizio del 1992 quando, il 13 gennaio, e cioè undici giorni dopo la riforma dei prezzi, il Presi- dente del Soviet supremo, Ruslan Chasbulatov, chiese le dimis- sioni del governo, allora presieduto direttamente dallo stesso El'cin e proseguì lungo l'intero primo anno di vita del nuovo Sta- to nonostante le non poche concessioni fatte agli oppositori dal Presidente e culminate, dopo il parziale allontanamento di Gen- nadij Burbulis e di Michail Poltoranin, con la sostituzione di Gaj- dar (721 voti contro 400) con Viktor Cernomyrdin, un uomo poli- tico centrista ma non inviso all'opposizione. La prima grave rottura è stata quella maturata fra il Presidente e il suo vice Ruckoj, rapidamente divenuto, insieme a Chasbula- tov, non solo il massimo rappresentante della opposizione fron- tale ad El'cin ma l'esponente più attivo delle forze che si richia- mavano al passato. (Durante la «battaglia di Mosca» del settem- bre-ottobre 1993 sarà proprio Ruckoj a patrocinare il «ritorno all'URSS».) Per far fronte all'opposizione El'cin si circonda sin dal primo momento di uomini fidati. (Così nel gennaio 1992 SO- stituisce alla testa della sua amministrazione A. Petrov con S. Fi- latov, colloca V. Bragin alla testa della TV di Ostankino e incarica M. Poltaranin di controllare le agenzie di stampa e nel loro insie- me le reti televisive.) Infine il 10 marzo si presenta davanti al Par- lamento illustrando le linee generali della nuova Costituzione che dovrà essere basata - afferma - sull'attribuzione di un «forte potere» al Presidente. Nella stessa occasione proclama la sua vo- lontà di indire un referendum per mettere fine al dualismo di po- tere: saranno gli elettori - dice - a scegliere una volta per tutte fra il Presidente e il Parlamento di Chasbulatov. Quest'ultimo si spinge sino a chiedere il 28 marzo la destituzione del Presidente (e la richiesta sarà respinta per soli 13 voti). Superando le resi- stenze della Corte costituzionale El'cin indice infine il referen- dum conseguendo un successo certamente di misura ma tuttavia reale. (Il 58,7% dei votanti conferma la fiducia nel Presidente che da qual momento rappresenta indubbiamente - a fronte di un Parlamento ancora espressione della vecchia URSS- l'unico potere pienamente legittimato ad operare nel nuovo Stato, men- tre il 53% approva la politica economico-sociale del governo e il 67,17% si pronuncia per elezioni politiche anticipate.) Tuttavia l'opposizione non demorde e il conflitto fra i «due po- teri» sempre più opposti e inconciliabili continua. Mosse e con- tromosse si susseguono freneticamente: il «Fronte della salvezza nazionale» chiede (24 luglio) la soppressione di quasi tutte le funzioni del Presidente e la loro attribuzione al Parlamento che, 64 LA RUSSLA POSTCOMUNISTA dal canto suo, annulla col voto un decreto presidenziale sulle pri- vatizzazioni; El'cin annuncia (12 agosto) le elezioni politiche per l'autunno, dà vita (13 agosto) ad una sorta di parlamentino alter- nativo (Consiglio della Federazione formato dai rappresentanti delle diverse Repubbliche della Federazione). Infine, dopo aver ammesso per la prima volta (19 agosto) che già nel 1991 si sareb- be dovuto eleggere il nuovo Parlamento sospendeva Ruckoj da ogni funzione di vice Presidente e il 21 settembre scioglieva il Parlamento e indiceva le elezioni per il 12 dicembre. La risposta dei suoi awersari era immediata e la battaglia correva così verso il suo tragico epilogo: Ruckoj, privato di ogni potere, denunciava il «colpo di Stato» del Presidente e il Soviet supremo lo eleggeva nuovo capo dello Stato destituendo El'cin. Contemporaneamen- te Chasbulatov invitava i parlamentari a non lasciare la «Casa Bianca» (nella quale venivano introdotte armi e armati) e i citta- dini a difendere il Parlamento. Anche se all'inizio solo poche cen- tinaia di persone, accogliendo gli appelli dell'opposizione, scen- devano nelle strade, El'cin, forte anche dall'atteggiamento dei governi dell'Occidente (non però dell'opinione pubblica) e della CSI, chiedeva a coloro che avevano occupato illegalmente la sede del disciolto Parlamento la consegna delle armi e la resa senza condizioni. La risposta di Ruckoj e di Chasbulatov - mentre cadevano vari tentativi di mediazione tra i quali quello attuato dal patriarca Alessio II - era un nuovo appello alla popolazione che veniva in- vitata ad impadronirsi del Municipio, del palazzo della TV cen- trale e poi dello stesso Kremlino. Iniziava così - mentre davanti alla sede della TV di Ostankino si contavano i primi caduti - la «battaglia di Mosca» che si concluderà nel sangue il 4 ottobre, quando, precedute dal fuoco dei carri armat che circondavano il palazzo, le forze armate, su ordine di El'cin e degli alti comandi militari che sino a quel momento erano apparsi divisi ed incerti, davano l'assalto alla «Casa Bianca» e traevano in arresto sia Ruckoj che Chasbulatov. El'cin aveva dunque vinto e la Russia poteva ora avere, con le prime elezioni libere, il suo Parlamento e la sua Costituzione. Al di là della Russia i dodici paesi dell'Unione europea, pur avendo parole di cordoglio per le vittime, affermavano che il ricorso alla forza contro un'opposizione che era giunta a lanciare appelli alla popolazione perché abbattesse lo Stato, era divenuto inevitabile. Ma all'interno del Paese il sangue sparso sulle strade della capi- tale e all'interno della Casa Bianca (le cifre ufficiali parlano di 147 morti ma in realtà il numero delle vittime sarebbe molto su- periore) aveva creato un solco profondo fra il Presidente e una DALLE ELEZIONI Dl DICEMBRE ALLA SVOLTA NAZIONALISTA 65 parte notevole delle forze politiche e sociali che lo avevano sino a quel momento sostenuto. Il fatto che carri armati russi abbiano aperto il fuoco contro la sede del Parlamento russo pesava come un macigno e invano El'cin, rifiutando di indossare i panni del vincitore, affermava che «tutte le vittime erano ragazzi della Russia». Quel che è awenuto fra El'cin e le forze armate - e all'interno delle forze armate ove si sono chiaramente fronteg- giate nei giorni della crisi forze e tendenze diverse - faceva poi sorgere altri inquietanti interrogativi. C'era chi parlava di El'cin come di un «prigioniero» dei generali e chi avanzava dubbi sulla possibilità che - dopo quel che era accaduto - si potesse dawero giungere in pochi mesi a restituire la parola alla politica con ele- zioni democratiche. Questo anche perché un certo numero di partiti e di gruppi politici - tra i quali quelli che facevano capo al Fronte della salvezza nazionale - vennero sciolti d'autorità e quindi privati della possibilità di partecipare alle elezioni per l'atteggiamento tenuto nel corso della «battaglia di Mosca». 15. Dalle elezioni di dicembre alla svolta nazionalista Il 12 dicembre 1993 si votò regolarmente e la Russia ha potuto così avere la sua prima Costituzione e il suo primo Parlamento nazionale. Il voto ha tuttavia dimostrato che un abisso divideva il potere, o meglio, nel suo insieme la classe politica della nuova Russia, dal Paese. Un abisso fatto di caduta - come si è detto - di fiducia nella po- litica, e anche nelle capacità taumaturgiche del «capo popolo» da parte di grandi masse (la partecipazione al voto si è rivelata inferiore del 10% rispetto a quella avutasi nel referendum del 25 aprile) e, da parte della classe politica moscovita, di non cono- scenza di quel che stava maturando tra la gente. Radicali e de- mocratici si cullavano infatti - e così è stato sino all'ultimo - nella illusione di una sicura e facile vittoria. L'ottimismo era accresciu- to dalla diffusione dei dati, che dovevano rivelarsi del tutto in- fondati, forniti da agenzie spesso improwisate sui sondaggi d'opi- nione. Basti dire che al Partito liberal-democratico di Zirino- vskij, che col 24,22% doveva di fatto vincere le elezioni insieme al Partito comunista di Zuganov, i sondaggi attribuivano poco più del 4% dei voti mentre il Partito che nel modo più esplicito sosteneva El'cin («Scelta della Russia»), che ha ottenuto meno del 16% dei suffragi, veniva accreditato col 47% dei voti quasi la maggioranza assoluta (Argumenty i fakti, n. 44, 1993). Così anco- ra una volta - seppure «confortato ora dal sostegno che gli veni- 66 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA va dall'awenuta approvazione da parte degli elettori, sia pure di misura, di una Costituzione che assegnava al Presidente tutti quei «forti poteri» invano, e tante volte, richiesti in precedenza - El'cin doveva fare i conti con un Parlamento ostile. E ostile - qui stava la novità rispetto alla situazione precedente - perché espres- sione con Zirinovskij di una Russia che sino a quel momento era rimasta in disparte e non si era sentita rappresentata né da Gor- bacev, né da El'cin, né dagli awersari di quest'ultimo, dai prota- gonisti cioè degli eventi che avevano portato al crollo dell'uRss e alla nascita del nuovo Stato. Il mondo, ma anche i politici di Mosca, scoprivano di colpo, ricostruendo la camFagna elettorale di Zirinovskij, leggendo le sue minacciose dichlarazioni antitedesche e antioccidentali, cer- cando di individuare le ragioni che in tanta parte del Paese ave- vano spinto tanti elettori, soprattutto giovani, a votare per il Par- tito liberal-democratico, che lontano da Mosca (ove le liste dei democratici ottennero comunque una chiara vittoria) c'era una Russia umiliata e ferita che guardava con ostilità ai nuovi occu- panti del Kremlino e si riconosceva nel linguaggio e nelle parole d'ordine patriottarde e revansciste del nuovo leader. Questi, che poteva vantarsi di non essere mai stato comunista («A differenza dei dirigenti degli altri partiti - ha scritto sulle Iz~estija del 30 no- vembre 1993 - non sono mai stato membro del PCUS») aveva pa- role durissime per El'cin, accusato non solo di non essere un «pa- triota» ma di essere responsabile della distruzione dell'uRss (e cioè di quello Stato-impero che Zirinovskij chiamava semplice- mente Russia e i cui confini dovevano ora essere ripristinati là dove si trovavano nel 191725). Questa posizione spiega anche perché nonostante il proclamato anticomunismo («Tutti i mali del Paese derivano dal fatto che tutte le cariche importanti erano occupate da membri del PCUS >, si può leggere nella intervista a le Izvestija già citata), l'ultrasciovinista e razzista Zirinovskij abbia ~otuto fare su un certo numero di questioni anche importanti - IVI comprese quelle che riguardavano la difesa delle grandi aziende del complesso militar-industriale (e dunque, oltreché degli ideali «patriottici», anche dei posti di lavoro minacciati dal- la riforma di Gajdar) - fronte comune con i comunisti e i loro al- leati. Si aggiunga che anche dopo le elezioni le forze del centro democratico (Scelta della Russia di Gajdar che aveva avuto il 15,51% dei voti e 40 seggi, il raggruppamento «Jabloko» diretto da Grigorij Javlinskij (7,83% e 20 seggi), il Partito democratico della Russia di Nikolaj Travkin (5,52% e 14 seggi), il Partito rus- 25 Teksty izbiratelny platforrn, Testi della piattaforrna elettorale, Moskva, 1993. DALLE ELEZIONI Dl DICEMBRE ALLA SVOLTA NAZIONALISTA 67 so della riforma democratica, fondato dai sindaci di Mosca e di Sankt Peterburg, Popov e Sobcak (4,08% e 0 seggi) e l'Unione ci- vica per la stabilità, la giustizia e il progresso di Arkadij Volskij (1,93% e 0 seggi), non trovarono nessuna via d'accordo per cui El'cin si trovò ancora una volta a dover affrontare da solo quella che, almeno potenzialmente, si annunciava come una nuova gra- ve crisi politico-istituzionale. Per impedire che la crisi potesse scoppiare mettendo in perico- lo la stabilità politica e sociale, il Presidente diede il via ad una complessa iniziativa diretta verso le forze che avevano vinto le elezioni politiche e verso le loro basi sociali. Così dopo che, pro- muovendo l'elezione alla Presidenza della Duma di Ivan Rybkin del Partito agrario, si era awiato sin dal primo momento un vero e proprio dialogo fra il Presidente e il Parlamento, vennero, e in più di un'occasione, inseriti nel governo ministri conservatori ben visti soprattutto dai comunisti di Zuganov. (Lungo questa via si giungerà nel gennaio 1995 sino ad inserire nel governo, al dicastero della Giustizia, un comunista, Valentin Kovalev.) Il dialogo coi vetero-comunisti venne reso possibile anche dal fatto che El'cin non ostacolò la decisione del Parlamento che nel feb- braio 1994 fece uscire dal carcere, votando un prowedimento di amnistia che fece molto rumore, sia i responsabili del tentato golpe dell'agosto 1991 che i protagonisti- Ruckoj e Chasbulatov in testa - della «battaglia di Mosca» dell'autunno 1993. Quando però nell'aprile promosse un incontro con tutte le aree politiche per la firma di un vero e proprio «patto sociale» (col quale le par- ti si impegnavano tra l'altro a non chiedere elezioni anticipate in modo da garantire una vita politica normale a tutte le istituzioni almeno sino al 1996, così da allontanare - sono state le sue paro- le «l'ombra della guerra civile») El'cin ottenne il «sì» di Zirino- vskij ma non quello di Zuganov. Successivamente, quando per far fronte alla minaccia di scissione dei ceceni, El'cin fece pro- pria, decidendo l'intervento, la linea dei nazionalisti oltranzisti, ricevette da questi ultimi - anche evidentemente per il modo col quale l'operazione venne portata avanti - più critiche che con- sensi. Si deve ancora aggiungere che la politica di apertura verso i nazionalisti e i vetero-comunisti (condotta oltreché sulle que- stioni della vita interna anche sui temi della politica estera e della collocazione internazionale del Paese) ha reso sempre più diffi- cile la collaborazione fra El'cin e le forze politiche e sociali che lo avevano sostenuto in precedenza. Così mentre il presidente della Duma Rybkin aveva parole alti- sonanti per manifestare il suo consenso al «patto sociale» di apri- le (che - affermava - faceva «rinascere l'antico modo russo di ri- 68 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA solvere i problemi mettendosi tutti insieme»), c'era fra i «demo- cratici» chi, come il «centrista» Grigorij Javlinskij, rifiutava di sottoscrivere il documento perché il Paese aveva bisogno non già di «patti» ma semplicemente di essere governato «normalmen- te». L'isolamento politico di El'cin si è accentuato poi con la guerra di Cecenia quando alle forze che da tutti i settori del Parlamento condannavano la guerra (Gajdar e Javlinskij in primo luogo), si sono aggiunti sul fronte opposto gli alti comandi militari insieme ai ministri degli Interni e della Difesa, Viktor Jerin e Pavel Gracev (che sarà poi accusato di aver depositato, in un conto aperto presso una banca tedesca, valuta per più di 20 milioni di dollari) nonché il responsabile della sicurezza Sergej Stepasin, sottoposti a pesanti critiche dal Presidente per il modo insieme inadeguato e assurdamente punitivo e feroce nei confronti della popolazione, col quale l'operazione era stata condotta. Nel febbraio-marzo del 1995 è intervenuta infine - dopo l'as- sassinio del direttore della TV russa Vladislav Listev - la rottura con alti quadri della polizia, nonché della vita economica e pub- blica (tra i quali il sindaco di Mosca Jurij Luzkov) esplicitamente accusati da El'cin - certo anche nel tentativo di riprendere il con- tatto con un'opinione pubblica indignata per la tolleranza accor- data alla criminalità organizzata - di incapacità e di vera e pro- pria connivenza con la mafia. Nonostante le forti denunce di El'cin era però difficile per i cittadini russi, e non solo per essi, di- stinguere e separare, per quel che riguarda sia l'«awentura cece- na» che la lotta alla mafia e alla criminalità, le responsabilità del Presidente da quelle dei comandi militari e della polizia. In real- tà quel che soprattutto risultava indebolito era il particolare si- stema di direzione messo in piedi da El'cin (un El'cin poi visibil- mente provato da una malattia - si trattava forse di encefalopa- tia circolatoria - che lo costringeva a lunghe e frequenti soste e a periodici soggiorni in case di cura) sulla base della nuova Costi- tuzione e degli alti poteri che essa gli aveva attribuito al di fuori del Parlamento. Questo sistema di direzione personale era so- stanzialmente basato sulla collaborazione accordata al Presiden- te dal Premier Cernomyrdin nonché sul Consiglio di sicurezza pre- sidenziale (all'interno del quale uomini come Aleksandr Korza- kov, capo della guardia del Presidente - un vero e proprio piccolo esercito comprendente, secondo alcuni, da 6000 a 40.000 uomini - e Oleg Lobov, uomo di fiducia di El'cin e da questi messo alla testa dell'organismo, godevano di poteri straordinariamente grandi e crescenti). Un ruolo importante avevano anche gli uo- mini della segreteria personale di El'cin diretti da Sergej Filatov, DALLE ELEZIONI Dl DICEMBRE ALLA SVOLTA NAZIONALISTA 69 noto per le sue idee moderate e concilianti: era però Korzakov (del quale si parlava come del «Rasputin del Kremlino»: sa- rebbe stato lui a spingere El'cin verso la guerra cecena e verso forme di gestione del potere sempre più autoritarie) a destare allarme. A rendere incerto il futuro c'era poi il fatto che mentre le forze democratiche e centriste non trovavano, e neppure parevano ri- cercare, intese anche parziali e soltanto elettorali in vista delle elezioni politiche, i sondaggi continuavano a segnalare la buona tenuta di Zirinovskij e la forte crescita in tutto il Paese del Parti- to comunista di Zuganov. A favorire l'avanzata dei vetero-comu- nisti e dei nazionalisti c'era anche il peso di una situazione eco- nomica sempre difficile e incerta. L'anno 1994, nonostante si sia potuto registrare - utilizzando anche il sistematico ritardo col quale lo Stato pagava gli stipendi - una assai netta riduzione del tasso di inflazione (che alla fine dell'anno era del 250% rispetto al 900% del 1993) Si è chiuso ancora con i principali indici in di- minuzione: -15% (rispetto all'anno precedente) il prodotto in- terno lordo, -21% la produzione industriale, -7% la produzione agricola. Si parlava di 15 milioni di senza lavoro. E questo men- tre le grandi fabbriche continuavano a produrre a vuoto oppure, come era ad esempio il caso degli stabilimenti automobilistici che producevano le Zil e le Moskvic, a rimanere ferme per la mancanza di rifornimenti (nello stesso momento in cui la Russia diventava la principale importatrice di Cadillac...). E- ancora- mentre saliva a circa 40.000 il numero delle aziende in arretrato nel pagamento dei salari per cui di fatto soltanto il 3,3% della po- polazione si trovava a disporre di un reddito superiore a quel mi- lione di rubli (pari a 220 dollari) al di sotto del quale - in un Pae- se ove i prezzi sono aumentati dal 1992 in media del 1250% - in- comincia di fatto la soglia della povertà. All'inizio del 1995, come conseguenza della guerra di Cecenia (da sole le spese per la ricostruzione potrebbero superare - se- condo le prime e caute stime ufficiali - i 5000 miliardi di rubli) si avevano nuove cadute del rublo (che nel febbraio 1995 nel rap- porto col dollaro raggiungeva a quota 4000 il minimo storico) e una forte ripresa, dell'ordine del 20% mensile, dell'inflazione. Contemporaneamente la caduta delle obbligazioni statali veniva a bloccare la nuova fase di privatizzazione che avrebbe dovuto aprirsi dando il via alla compravendita delle azioni direttamente attraverso i movimenti di denaro liquido. Non può destare stu- pore che in questo stesso periodo mentre 500 mila minatori, da mesi senza salario (il debito che verso di essi aveva lo Stato era nel febbraio 1995 di 1400 miliardi di rubli) scendevano in sciope- ro, non un dirigente dell'opposizione comunista-nazionalista ma il Presidente del Comitato di Stato per la proprietà, Vladimir Po- levanov, sia giunto a proporre - sia pure nel quadro della lotta contro la criminalità nella vita economica e della difesa degli in- teressi nazionali contro la massiccia presenza di capitali stranieri in settori strategicamente importanti - un piano per una vera e propria «rinazionalizzazione» delle grandi imprese, partendo da quelle petrolifere. Accanto ai dati negativi e alle voci che desta- vano inquietudine c'erano però anche sintomi di ripresa. All'ini- zio del 1995 i consumi apparivano così in aumento (ma oltre il 40% dei prodotti in vendita continuavano a provenire dall'este- ro) e in crescita risultavano anche essere in taluni settori - quello prima di tutto dell'edilizia passato dal 18~ del 1991 al 28% del 1994 - gli investimenti produttivi. Per quel che riguarda poi la privatizzazione, le ipotesi di nuovi blocchi che venivano ventilate non potevano mettere in sottordine il fatto che le aziende medio- grandi uscite dal settore statale erano ormai 14.0~0 per comples- SiVi 15 milioni di lavoratori (il 70~o degli addetti all'industria). Per tentare di frenare le spinte involutive El'cin nel febbraio 1995 emanava poi tre importanti decreti coi quali si decideva di tornare a sottoporre le spese pubbliche al controllo dello Stato, di eliminare un certo numero di privilegi fiscali e di ridurre ulte- riormente il controllo statale sui prezzi. Scopo dei decreti era an- che quello di andare incontro alle richieste del Fondo monetario internazionale. La guerra di Cecenia infatti non solo aveva raf- freddato i rapporti politici - come si dirà più avanti - con i Paesi occidentali, ma aveva provocato seri intralci alla concretizzazio- ne degli accordi economici già raggiunti col Fondo monetario in- ternazionale (di fatto soltanto nel marzo 1995, con un forte ritar- do sui tempi fissati, sarà poi concesso alla Russia il prestito di 6,25 miliardi di dollari precedentemente promesso, stabilendo però che le somme sarebbero state versate a rate mensili alla condizione di una regolare diminuzione dell'inflazione) nonché coi paesi della Comunità europea. Questo anche perché la ricer- ca da parte di El'cin di intese con le forze dell'opposizione naziona- lista poteva comportare - così almeno si temeva - mutamenti anche nella politica estera. Timori nascevano in particolare in Occiden- te per la tendenza che prendeva sempre più piede nella Russia a cercare soluzioni ai problemi interni attraverso la vendita, e talvolta la svendita, oltreché di gas e di petrolio, anche di oro e diamanti, e soprattutto di armi (si vedano gli accordi del marzo 1995 per la ven- dita di 4 sottomarini alla Cina e quelli raggiunti con l'India e con vari paesi del Terzo mondo). 16. La Russia nel mondo Gli obiettivi della politica estera della Russia - come si è già avuto modo di accennare - sono stati sin dal primo momento so- stanzialmente tre: 1. ottenere dalla comunità internazionale il massimo di soste- gno al riconoscimento della Russia come grande potenza nuclea- re, erede legittima dell'uRss sulla scena internazionale, nonché come garante della pace e della sicurezza nell'intera area dell'ex URSS - il «vicino estero» secondo la formulazione adottata - ar- ticolata ora nei nuovi Stati autonomi appartenenti o non appar- tenenti alla CSI ma considerati nel loro insieme come facenti par- te della propria area di influenza; 2. impedire il formarsi di sistemi di alleanza anche solo poten- zialmente antirusse o che escludessero la Russia sia al di là delle frontiere occidentali (attraverso in primo luogo l'allargamento della NATO - senza contropartite accettabili - ai Paesi dell'Euro- pa centrale ed orientale già appartenenti al Patto di Varsavia) che a quelle del Sud e del Sud-est (attraverso iniziative della Turchia, dell'Iran e anche della Cina in collegamento con questa o quella Repubblica ex sovietica dell'area del Caucaso o dell'Asia centrale); 3 operare per avere dai Paesi industriali dell'Occidei~te il mas- simo di aiuti economici così da superare in tempi ragionevoli la crisi ereditata dalla situazione precedente e resa ancora più gra- ve dal «crollo», e da garantire le migliori condizioni per la nascita e lo sviluppo di una economia di mercato. Il raggiungimento degli obiettivi sopra enunciati - strettamente collegati l'uno all'altro ma non sempre e non tutti collimanti e perseguibili nello stesso tempo e con iniziative unificatrici - ri- chiedeva e richiede un'intesa sostanziale con gli Stati Uniti, sia sui temi del disarmo delle armi nucleari e tradizionali, sia sull'at- teggiamento da tenere di fronte alle crisi e ai conflitti che poteva- no aprirsi e che di fatto, dalla Jugoslavia, all'Irak, al Corno d'Afri- ca, si sono aperti nella nuova situazione mondiale caratterizzata dalla fine del bipolarismo. In altri termini si trattava di decidere, ma in una situazione nuo- va e caratterizzata per la Russia, rispetto all'URSS, da una evi- dente «caduta di ruolo», se continuare o meno, ed eventualmen- te con quali modifiche ed entro quali limiti, il corso di politica estera che Gorbacev aveva aperto negli anni della perestrojka con una serie di iniziative spesso spettacolari e che - incontran- dosi col nuovo realismo della politica americana - avevano per- messo di porre fine alla guerra *edda. Seppure senza mai valorizzare troppo la politica estera di Gor- bacev e anzi rifiutandone esplicitamente la particolare «filoso- fia» (e cioè quel complesso di idee e di tesi sulla necessità di usci- re da concezioni e da pratiche ancora prenucleari della politica della difesa e della sicurezza che Gorbacev aveva riassunto in una formula parlando di «nuovo modo di pensare»), El'cin, e con lui il ministro degli Esteri, Andrej Koyrev - l'unico dirigente del- l'originario gruppo elc iniano che, seppure in tutta la prima fase venisse duramente attaccato dall'opposizione vetero-comunista e nazionalista, sia rimasto al suo posto senza interruzioni prima e dopo le elezioni del dicembre 1993 - ha di fatto continuato, al- meno sino alla metà del 1994, la politica estera della perestrojka. Lo ha fatto però ponendo al centro una questione del tutto nuo- va e dunque sulla base di una «filosofia» anch'essa nuova: la que- stione dell'«interesse nazionale russo» da perseguire come pri- ma cosa, e quindi da considerare come un insostituibile punto di partenza per ogni atto di politica estera. Un utile terreno di incontro con gli Stati Uniti e più in generale con i Paesi del mondo occidentale nasceva realisticamente dal fatto che crescente e generale era in tutte le capitali la preoccu- pazione per quel che poteva accadere in un Paese che si stava sfasciando in modo tanto clamoroso e inarrestabile e sul quale erano disseminate le armi della seconda potenza nucleare del mondo. Del resto allo stesso modo e per le stesse ragioni nella fase precedente i Paesi occidentali non solo non erano stati trop- po teneri con El'cin, così come con gli altri uomini e le forze che parevano spingere verso la rottura dell'uRss, ma, timorosi per quel che la vittoria delle spinte disgregatrici avrebbe potuto por- tare con sé, avevano - seppure blandamente - sostenuto Gor- bacev e la sua difesa del vecchio Stato unitario E stato proprio per le garanzie che hanno saputo offrire, nello stesso momento in cui chiedevano urgenti sostegni economici sia per il rispetto degli impegni presi da Gorbacev sul disarmo, sia per il controllo sulle armi strategiche dell'ex URSS, che El'cin e Kozyrev hanno potuto contare subito sul sostanziale appoggio degli Stati Uniti e dell'Occidente. La «questione atomica», an- che perché le armi dell'ex URSS erano concentrate oltreché nella Russia anche nell'Ucraina, nella Bielorussia e nel Kazakistan, è stata poi usata da Mosca per ottenere sia dai Paesi dell'ex URSS - verso i quali si presentava come primus inter pares - sia da quelli occidentali, il riconoscimento del suo ruolo di garante dell'ordi- ne e della sicurezza nell'intera area ex sovietica. Particolarmente complessa, oltre alla questione della ratifica degli accordi dello START-1 e del START-2, Si rivelò la questione della distruzione degli ordigni nucleari collocati in Ucraina. Di fatto soltanto nel gennaio 1994, con la firma a Mosca da par- te del Presidente americano, di quello russo e di quello ucraino di un documento comune, fu possibile pervenire, dopo una serie di accordi parziali e limitati resi inoperanti per gli ostacoli frap- posti oltreché dall'Ucraina anche dal Parlamento russo, ad un accordo conclusivo. Sull'atteggiamento di fronte alle crisi locali vecchie (Medio Oriente, Africa ex portoghese, Corno d'Africa, America centra- le) e nuove (Jugoslavia, Irak) assai più difficile - rispetto agli anni di Gorbacev - si rivelò la possibilità di utilizzare, per continuare ad adempiere agli obblighi di grande potenza, il residuo di rendi- ta di posizione ereditata dall'uRss. Così di fatto la ritirata dal- l'Africa - con la caduta di tutti i regimi prosovietici o che comun- que nel passato avevano cercato e trovato nell'uRssun sostegno - è stata totale. Del tutto formale, anche se non è mancato qual- che tentativo - attraverso ad esempio le pressioni esercitate sulla Siria oltreché sul Fronte di liberazione nazionale di Arafat - è stato anche l'appoggio che la Russia ha potuto dare all'awio del- le trattative di pace sulla questione palestinese. Maggiori spazi ha avuto invece l'iniziativa e la presenza russa nella crisi apertasi dopo l'occupazione del Kuwait da parte dell'Irak di Saddam Hussein, e - soprattutto - di fronte alla crisi jugoslava. Se nella prima fase della vicenda irakena la mediazione prima sovietica e poi russa, resa possibile dalla solidità dei legami poli- tici, economici e militari che avevano unito Mosca e Baghdad, è venuta rapidamente meno per la caparbietà con la quale Sad- dam Hussein ha escluso allora ogni ipotesi di ritirata, diversa- mente sono andate le cose alla fine del 1994. E stato infatti anche grazie alla iniziativa diplomatica portata avanti da Koyrev che nel novembre 1994 l'Irak ha finito per riconoscere i confini del Kuwait. Analogo discorso può essere fatto per l'atteggiamento russo di fronte alla crisi esplosa nell'ex Jugoslavia e soprattutto sulla questione della Bosnia. E questo per una serie di circostan- ze tutte sostanzialmente connesse da una parte alla natura dei le- gami che la Russia - anche per le crescenti pressioni provenienti, prima e soprattutto dopo le elezioni del dicembre 1993, dai grup- pi nazionalistici filoserbi - ha mantenuto con Belgrado (nonché all'importanza che Belgrado - isolata sul piano internazionale - ha finito per attribuire al sostegno accordatele dalla Russia) e dall'altra alla situazione senza via d'uscita venutasi a creare dopo i ripetuti fallimenti delle iniziative awiate dall'Occidente per dare concretezza alla linea iniziale, basata sul riconoscimento /4 LA RUSSIA POSTCOMUNISTA LA RUSSIA NEL MONDO 75 del diritto di tutti i popoli dell'ex Jugoslavia di dar vita a Stati in- dipendenti. Così, seppure senza mai rompere clamorosamente con gli Stati Uniti e con l'Occidente (e dunque non creando osta- coli insormontabili alle decisioni di volta in volta prese dalla co- munità internazionale per tentare di piegare Belgrado dapprima con le sanzioni economiche e poi col dispiegamento e anche, tal- volta, l'uso parziale della forza militare), la Russia è riuscita a so- stenere le posizioni di Belgrado in primo luogo sulla soluzione da dare alla crisi bosniaca. E questo sino a che le posizioni stesse sono state sostanzialmente accolte dalla comunità internazionale Inevitabilmente però il massimo impegno della diplomazia rus sa si è concentrato sui Paesi del «vicino estero». Si è detto del conflitto con l'Ucraina, dell'impegno profuso di fronte ai conflit- ti nazionali ed interetnici scoppiati dalla Moldavia all'area del Caucaso, nonché per sostenere, nei Paesi baltici, le minoranze russe. In nessun caso - anche se hanno talvolta permesso (si pen- si ad esempio agli accordi raggiunti con Kiev) di ottenere risulta- ti parziali - gli interventi dispiegati sono stati però risolutivi. Quel che poi ha giocato negativamente è il sospetto che la Russia non solo si sia mossa per difendere i propri interessi ma si sia spinta sino a manipolare per i propri fini strategico-politici i vari conflitti. Si può aggiungere che si tratta di un sospetto alimenta- to da una serie di fatti concreti: il sostegno politico-militare ac- cordato nella Moldavia dalla 14a armata ai nazionalisti russi del- la cosiddetta «Repubblica del Dniestr»; l'atteggiamento tenuto da Mosca di fronte alla lotta dell'Ossetia del Sud per staccarsi dalla Georgia e unirsi all'Ossetia del Nord appartenente alla Fe- derazione russa; il sostegno a lungo accordato - come ha dovuto ammettere lo stesso ministro degli Esteri Kozyrev (Nezavisimaja Gazeta, 24 novembre 1993) - alla lotta degli abchazi per conqui- stare l'indipendenza dalla Georgia; il ruolo avuto nelle repubbli- che dell'Asia centrale, ad esempio nel Tagikistan, dalle forze mi- litari russe - in questo caso la duecentunesima divisione motoriz- zata di stanza a Dushambé - nel fronteggiare i movimenti nazio- nalistici islamici e nel sostenere gli uomini della vecchia nomenklatura; le ambiguità che hanno caratterizzato l'atteggia- mento di fronte al conflitto armeno-azero per il territorio del Nagornyj Karabach, situato nell'Azerbaigjan ma abitato preva- lentemente da armeni, che le due Repubbliche si contendono Questi sospetti, diventati ancora più consistenti dopo le modifi- che intervenute - come si è visto - nell'atteggiamento di El'cin e di Kozyrev a partire dall'inizio del 1994 e soprattutto dopo la guerra contro la Cecenia, hanno inevitabilmente ostacolato (e lo si è visto nel febbraio 1995 al xvvertice di Alma Ata ove i rappre- sentanti delle Repubbliche ex sovietiche hanno respinto il pro- getto di difesa comune delle frontiere proposto da Mosca) il de- collo della CSL Non solo: i sospetti hanno anche continuato ad impedire che i Paesi dell'Occidente rispondessero positivamente e con sollecitudine alla richiesta russa per il riconoscimento del suo ruolo di «Paese guida» nell'area dell'ex URSS26. Allo stesso modo arduo si è rivelato ottenere dall'Occidente i riconoscimenti richiesti per l'ingresso nel «club» delle grandi po- tenze economiche (G-7) e la piena parità con i Paesi dell'Europa centrale ed orientale sulla questione della presenza nelle struttu- re politiche, economiche e militari dell'Occidente. Di fatto anzi, rispetto alle promesse iniziali dei Paesi occidentali e alle speran- ze degli «atlantisti» di Mosca, le cose sono andate sempre peg- giorando. E questo anche se al vertice di Napoli del luglio 1994 El'cin è stato infine accolto fra i «7 Grandi» (solo però come partner politico) e, per tacitare Mosca preoccupata per le inizia- tive allora in corso soprattutto - così almeno pareva - per mano americana e dirette ad aprire le porte dell'Alleanza atlantica ai Paesi dell'Europa centrale ed orientale, con un po' di fantasia venne inventata la formula della «partnership per la pace». Né un discorso diverso può essere fatto per la politica di soste- gno economico e finanziario. Il divario fra le cifre promesse e quelle versate dai singoli Paesi occidentali, dall'Unione europea, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale ten- de ad ampliarsi sempre più: era in totale di 9 miliardi di dollari (SU 24) nel 1992 e di 20 (SU 28) nel 1993 e la situazione è ancora peggiorata alla fine del 1994. Se questo è accaduto è anche per- ché, dapprima impercettibilmente e poi, a partire dall'inizio del 1994, sempre più nettamente, seppure senza mai mettere in di- scussione la priorità accordata alle relazioni con l'Occidente e in primo luogo con gli Stati Uniti, nella linea generale della politica estera della Russia sono intervenuti mutamenti sensibili. Sempre più chiaramente - anche per le difficoltà incontrate nel farsi accet- tare dalla comunità internazionale e in primo luogo dall'Occi- dente come grande potenza europea - la Russia prendeva co- scienza del suo essere insieme Europa ed Asia e dunque della necessità di aver bisogno di una politica estera basata su una nuova identificazione - chiaramente fondata, ora che il vecchio ordine con le sue ideologie era scomparso - sui princìpi della geopolitica, di ciò che è «interesse nazionale». Per molti aspetti, condizionata com'era da una situazione eco- 26 ROY ALLISON, Peacekeeping in the Soviet Successor States, Institute for Security Studies, Western E~uropean Union, Chaillot Papers, n. 18,1994. nomica e da una sostanziale instabilità politica che continuavano a porre in primo piano l'esigenza di ottenere dai Paesi occidenta- li i sostegni promessi, la «nuova» politica estera di Mosca diven- tava però confusa e anche velleitaria. Spinta dagli orientamenti provenienti dalla nuova maggioranza parlamentare e dall'esi- genza di trovare con essa punti di intesa consistenti seppur limi- tati, nello stesso momento in cui continuava a presentarsi di fronte all'Occidente come un baluardo avanzato nei confronti della «minaccia» islamica e più in generale delle forze che pre- mevano sui suoi confini orientali, la Russia si proponeva - e con un certo successo da Nuova Delhi a Karaci, da Pechino a Tehe- ran - come Paese amico. (Solo col Giappone, nonostante i ripe- tuti tentativi compiuti, il mancato accoglimento della richiesta di Tokyo per la restituzione delle isole Kurili, ha impedito il rag- giungimento di accordi fruttuosi.) Momento culminante della «nuova politica orientale» possono essere considerati gli accordi raggiunti con l'India e soprattutto, nel febbraio 1995, nonostante le preoccupazioni avanzate dagli Stati Uniti, con l'Iran per la co- struzione nei due Paesi di centrali nucleari. In tutti i casi la que- stione della collocazione internazionale della Russia, e dunque della sua politica estera, appariva all'inizio del 1995, lungi dall'essere definita, come dimostra il dibattito che continua fra «atlantisti» e «euroasiatisti». 17.Alla ricerca di una identità La Russia è quindi ancora una volta di fronte al problema di de- finire le proprie relazioni con l'Europa e l'Asia, e cioè con le so- cietà e le civiltà con le quali nel corso dei secoli è entrata in con- tatto. E cioè di fronte al problema della definizione della propria identità. Che cos'è insomma la Russia? Un grande popolo, una grande civiltà - si è già detto - che non è mai diventato Stato (Stato-nazione) perché sempre ha avuto in sorte di essere impe- ro, e non solo impero di tante diverse Russie (zar di tutte le Rus- sie si diceva dell'imperatore) ma di tanti popoli. La Russia che conquista, che opprime, che impone agli altri la sua lingua, il suo alfabeto, la sua cultura, la sua religione. La Russia prigione di popoli, dunque, in nome di una vocazione imperiale mai sopita, e prigione anche del popolo russo, al quale è stato negato sempre di essere solo e soltanto se stesso, di avere una sua storia separa- ta da quella dell'impero. (E a sostenerlo sono non solo i naziona- listi di tutte le scuole - e le risme - ma anche molti intellettuali democratici convinti che il loro Paese debba dopo le terribili pro- ve subite rinunciare ad essere un'impero e una grande potenza.) Occidentalisti e slavofili, si diceva nel secolo scorso. Certo mol- te cose sono cambiate da allora. Molte illusioni sono cadute. Ma inevitabilmente il crollo dell'URSS ha comportato e comporta per la Russia un modo nuovo di ricollegarsi col passato. Non si è di fronte soltanto e semplicemente a fenomeni connessi con la crisi dell'uRss. Già nel 1905 l'impero russo era giunto sull'orlo di un completo disfacimento che doveva culminare poi, nel corso del conflitto mondiale e alla vigilia della Rivoluzione d'ottobre, col sorgere un poco ovunque, spesso anche attraverso la via delle insurrezio- ni nazionali, di repubbliche autonome. E però indubbio che la fine dell'uRss, la riduzione del potere di controllo di Mosca sulla periferia, il sorgere infine dei nuovi Stati, abbiano dato al proces- so di disintegrazione dello Stato russo, così come è nato nel di- cembre 1991, ragioni e ritmi del tutto nuovi. E questo perché - come si è visto - le «colonie» dell'impero non comprendevano soltanto i territori dell'ex URSS che si trovavano al di là dei confi- ni della Russia ma, e fondamentalmente, grandi aree annesse dagli zar direttamente alla Russia, per cui di fatto la spinta all'in- dipendenza dalla Russia dei ceceni non è molto diversa da quella che ha mosso gli ucraini o i lituani a chiedere la separazione dal- l'URSS. La Russia insomma è sempre stata ed è ancora (e sta qui l'origine della sua non risolta questione di identità e del suo dramma) non già lo «Stato dei russi» ma lo Stato comprendente i territori occupati militarmente e poi annessi alla Russia. Ed è tenendo conto di questo che va visto il dibattito in corso. «Atlantisti» (aperti cioè verso l'Europa sino a chiedere l'inte- grazione dello Stato nelle strutture occidentali) - si dice - e, al- l'opposto, «nazionalisti grandi-russi» e «slavofili» (che si spingo- no sino a porre il problema della unificazione della Russia con l'Ucraina e la Bielorussia, e che rivendicano al di là delle frontie- re i territori abitati prevalentemente da popolazioni russe e - an- cora - che sostengono nell'ex Jugoslavia le posizioni di Belgra- do). E poi collegati agli uni e agli altri ma insieme in netta pole- mica con tutti, gli «euroasiatisti». Anche parlando di questi ulti- mi il riferimento al passato è inevitabile. Non a caso nel 1991 Novyj Mir, la più importante rivista di Mosca degli intellettuali democratici, ha pubblicato un testo di G. Florovskij, il teologo che per primo ha parlato della «tentazione euroasiatica» come di una via da seguire perché la Russia potesse ritrovare se stessa, che era apparso per la prima volta a Parigi nel 1928 in una pub- blicazione dell'emigrazione. Nello stesso periodo tornavano alla luce i testi di N. Trubeckoj e di P. Savickij e sulla loro scia si tor- nava a proporre della storia russa una lettura diversa da quella giunta sino a noi anche attraverso Stalin: il nuovo eroe non era più Pietro il Grande che aveva tentato di collegare all'Occidente il suo regno, ma Aleksandr Nevskij che, al contrario, per salva- guardare la Russia dalla contaminazione dell'Occidente aveva scelto l'Oriente, l'Orda d'oro. Ma in verità gli euroasiatisti di oggi più che guardare all'Occi- dente come ad un mondo estraneo se non nemico, sembrano preoccupati di cercare qualcosa che possa tenere insieme in un unico Stato quel che rimane dell'ex impero. Così la riscoperta della dimensione euroasiatica si accompagna talvolta - si veda a questo proposito quel che ha scritto Michail Gefter - al rifiuto non soltanto di ogni «vocazione imperiale» ma dell'idea che la Russia debba, ancora una volta come sempre, rinascere come grande potenza se non come «nuova Roma», come nuova utopia di unificazione dell'umanità per la salvezza del mondo. La Rus- sia insomma - e a questo punto non importa se fatta di Repubbli- che separate e autonome oppure federate - come area-ponte fra Europa ed Asia, nella quale Europa ed Asia possano convivere. Ma questo progetto non sembra per ora riscuotere molta fortu- na. Appendice a cura di Maresa Mura La Russia in sintesi La Federazione russa sorge nel territorio della ex Repubbliea soeialista fede- rativa sovietiea di Russia (RSFSr~. Con una superfieie di 17.075.400 kmq è il più esteso Paese del mondo, a eavallo tra l'Europa e l'Asia. Il suo territorio è solca- to da grandi fiumi eome il Volga, il Don, lo Jennisej, I'Angarà, I'Amur, la Lena, vere e proprie vie di eomunieazione che alimentano eentrali idroelettriche fra le più potenti del mondo. Alle pianure fertili come il bassopiano sarmatico del- la Russia europea si susseguono la tundra e la taiga siberiane, le distese aride della steppa e le montagne del Caucaso, le gelide coste sul mar Glaciale Artico e quelle calde sul mar Nero e sul Caspio. Anehe il elima pur essendo continen- tale ha eseursioni termiehe ehe vanno dai -70 gradi nel nord della Siberia ai + 30 sulle eoste del mar Nero. Le eoste settentrionali si affaceiano sui mari di Barents, di Kara, di Laptev, della Siberia orientale, dei Cukotskij per seendere ad Est sul mare di Bering, sull'Oeeano Paeifieo, e sui mari di Ohotsk e del Giappone. A Nord-ovest, la Russia europea confina con la Finlandia, I'Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Bielorussia e a Ovest con l'Ucraina. A Sud eon la Georgia, I'Azerbaigjan, il mar Caspio, il Kazakistan, la Cina, la Corea del Nord e la Mongolia. La regione di Kaliningrad (la Koenigsberg prussiana) è oggi una enclave collo- cata fra la Bielorussia e la Lituania. Popolazione: 149.500.000 (1994) abitanti. Di essi 119 milioni, la stragrande maggioranza (82,6%), sono russi 5,5 milioni tatari, 4,4 milioni ucraini, 1,8 mi- lioni cuvasi, 1,5 milioni udmurti, i,3 milioni baskiri, 1,2 milioni bielorussi. Sono anche presenti con percentuali inferiori: ebrei, mari, mordvini, ceceni, uzbeki, kazaki, tedeschi, coreani e più di un centinaio di pieeole etnie, raggruppate in particolare nel Caucaso e nella Siberia orientale. 25 milioni di russi vivono negli Stati della CSL Le comunità più numerose sono nell'Uc}aina orientale, nella pe- nisola di Crimea, nel Kazakistan Nord-oecidentale, nella Estonia e nella Letto- ma. Capitale: Mosca (8.801.000 ab.). Altre città con una popolazione superiore al milione: Sankt Peterburg (ex Leningrado) (5.035.000); Niznij Novgorod (ex Gorkij) (1.443.000); Novosibirsk (1.442.000); Ekaterinburg (ex Sverdlovsk) (1.358.000), Celjabinsk (1.135.000), Samara (ex Kujbysev) (1.258.000); Omsk (1.159.000), Kazan (capitale del Tatarstan) (1.103.000); Ufa (capitale del Baskor- tostan) (1.094.000); Volgograd (1.005.000). Densità: 8,8 ab./kmq (334 ab./kmq nella regione di Mosca, 0,3 ab./kmq nella Yakuti ja). Popolazione urbana: 73,4 (1993). Tasso di natalità: 0,5% (1993). Mortalità infantile: 2,0% (1993).Aspettativa di vita: 64 anni (uomini), 72 (donne) (1993). Religione: la più diffusa è la cristiana ortodossa. Sono praticate anche la mu- sulmana (da cuvasi, baskiri, tatari del Volga e da alcune popolazioni del Cauca- so come ceceni, ingusi, osseti, kabardini); la buddista (buriati, tuvini, kalmyki); I'ebraica. Lingua: russo. Le altre lingue e dialetti parlati sono oltre cento. Tra queste quelle insegnate nelle scuole sono 10. Moneta: rublo. Risorse naturali. Le principali sono: petrolio, carbone, ferro, oro e diamanti, legname e quasi tutti i tipi di minerali esistenti. Dati economici. PNL!ab.: 5838, dollari (1993), (-2717 rispetto al 1990). P~L: da - 19% (1992) a -15% (1994). Produzione industriale: da -18,8% (1992) a -21% (1994). Produzione agricola: da -9% (1992) a -7% (1994). Esportazioni: 21,3 mi- liardi di dollari (primo semestre 1994), di cui petrolio e gas 44,3%. Importazio- ni: 13,2 miliardi di dollari (primo semestre 1994). Inflazione: da 2.500% (1992) a 250 % (1994). Disoccupazione:1,1 % (1993). Debito estero: 90 miliardi di dollari (primo semestre 1994). Spesa per la difesa: 9,9% del Pl~(1992). Difesa. Arsenale nucleare: missili balistici intercontinentali 1040 (per 4260 te- state), missili basati su sottomarini 832 (per 2696 testate), bombardieri 110 (per 257 testate)l. Armi convenzionali e Forze armate: elicotteri da combattimento 1100, aerei da combattimento 3700, artiglieria 22.000, carri armati, 29.000, sol- dati 2.500.000. Le truppe russe di stanza nelle Repubbliche ex sovietiche sono così distribuite: 9200 nella Moldavia, 28.000 nel Turkmenistan, 20.000 nell'Usbekistan, 20.000 nel Kirghizistan, 12.000 nel Tagikistan, 20.000 nella Georgia, 23.000 nell'Arme- nia, 60.000 nell'Azerbaigian. Nell'Ucraina e nella Bielorussia vi sono truppe ad- dette agli armamenti atomici. La Russia è membro della CSL dell'oNu (ha un seggio al Consiglio di sicurezza), dell'oscE, (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), della NACC (North Atlantic Cooperation Council), dell'Accordo di cooperazione del mar Nero, osservatore privilegiato al Consiglio d'Europa, è stata chiamata a far parte del Partenariato per la pace della NATO. L'ordinamento amministrativo A due anni dalla fine dell'uRss, il 12 dicembre 1993 i cittadini della Federazio- ne Russa con un referendum popolare hanno votato una nuova Costituzione in sostituzione di quella sovietica più volte emendata durante la perestrojka. La nuova Costituzione divide il territorio della Russia in 89 soggetti amministrati- vi, definiti «soggetti con pari diritti della Federazione russa» (art. 5). I150% dei confini tra questi «soggetti» non è stato ancora definito e la Costituzione sanci- sce che non possono essere modificati senza il consenso delle parti. In prece- denza, nel marzo 1992 è stato promulgato il Trattato della Federazione russa al quale non hanno aderito le Repubbliche della Cecenia, del Tatarstan e di Tuva. E stato anche creato un Consiglio dei capi delle Repubbliche che dovreb- be fungere da tramite tra la periferia e il centro. Il nuovo ordinamento comprende: 21 Repubbliche autonome, 6 temtori ammi- nistrativi (kraj); 49 regioni autonome (oblast); 1 regione autonoma ebrea (Birobi- dzan), 2 città di importanza federale e 10 circondari nazionali autonomi (okrug). Tutti i «soggetti» a loro volta fanno capo a 11 aree, le cosiddette «regioni eco- nomiche» (Regione del Nord, del Nord-ovest, del Centro, del Volga-Vjatka, I Secondo le stime del Bulletin of the Atomic Sc~entists, novembre-dicembre, 1994, in totale le testate nucleari, comprese quelle di riserva e quelle in attesa di essere smantellate, sarebbero 29.000. del Centro-Terre nere, del Volga, del Caucaso-nord, degli Urali, della Siberia occidentale, della Siberia orientale e dell'Estremo oriente). Create negli anni Sessanta per rispondere alle logiche della pianificazione economica, esse non hanno però alcuna veste giuridica e sono solo dei referenti geografici alquanto disomogenei tra loro per estensione, popolazione, risorse e produzione. Anche se la Costituzione garantisce uguali diritti ai diversi «soggetti» della Fe- derazione, in realtà i Territori, le Regioni, i Circondari, le Città di importanza federale e la Regione autonoma ebrea sono entità regionali rette da statuti e da norme giuridiche mentre le Repubbliche sono soggetti nazionali che prendono il nome dall'etnia originaria, hanno una maggiore autonomia e possono istitui- re proprie lingue di Stato. Le 21 repubbliche (Tranne Sacha, Komi, la Carelia e la Kalmykija, le altre repubbliche sono state qui raggruppate in base alla loro collocazione territoriale nella Federazione. La loro superficie totale è di 4.874.100 kmq (il 28% circa di tutto il territorio rus- so). I russi rappresentano la maggioranza della popolazione in 12 di esse. Sacha (ex Jakutija). E la più estesa: 3.103.200 kmq (10 volte l'Italia) e la meno popolata (1.080.000 abitanti con una densità di 0,3 per kmq, la più bassa di tutta la Russia). Occupa quasi totalmente la Siberia centro orientale e il 40% del suo territorio si trova oltre il circolo polare. La maggioranza della popolazione è russa (50,3%, contro il 33,4% di jakuti e il 7% di ucraini) e discende dai cosac- chi che nel 1630 occuparono questo territorio poco ospitale ma che doveva ri- velarsi ricco di oro e di diamanti e che venne scelto per istituirvi colonie penali e come luogo di confino, dando il via ad una pratica che continuerà anche duran- te gli anni del regime sovietico. Due anni dopo il loro arrivo i cosacchi fondaro- no la capitale, Jakutsk, che oggi conta 197.000 abitanti e iniziarono la colonizza- zione per cui gli jakuti sino ad allora pastori nomadi si trasformarono a poco a poco in una popolazione sedentaria dedita all'agricoltura. La ribellione degli ja- kuti ai coloni russi inizierà nel 1906 quando venne creata l'Unione jakuta, un movimento nazionalista che porterà avanti la lotta fino al 1922 quando verrà sconfitto dall'Armata rossa. Nel 1990 la Jakutija ha proclamato la propria indi- pendenza cambiando il nome in Repubblica di Sacha. Due anni dopo ha pro- mulgato una sua Costituzione votata dal 79% della popolazione, che ha nume- rosi articoli in netta contraddizione con quelli della Costituzione della Federa- zione. Mosca è poi scesa a patti e ha sottoscritto un trattato bilaterale che rico- nosce alla Repubblica la proprietà di tutte le ricchezze naturali (da ripartire però con la Federazione). In particolare l'accordo riguarda i giacimenti di oro (33.350 kg nel 1993) e di diamanti di cui la Jakutija è il maggiore produttore nel mondo ( 13-14 milioni di karati l'anno - ma la quantità reale rimane segreta - di cui la Federazione riceve 1'80%). Negli anni del potere sovietico lo sviluppo del- la produzione aurifera e diamantifera aveva attirato nella Jakutija una grande quantità di mano d'opera russa e ucraina molto bene retribuita. Oggi, con la produzione in netto calo, si assiste al fenomeno contrario: russi e ucraini emi- grano. La produzione risente soprattutto del mancato sviluppo delle vie di co- municazione: mancano quasi totalmente le ferrovie, i trasporti awengono per via aerea e d'estate sul fiume Lena. La Jakutija ha anche riserve di petrolio e di gas stimate rispettivamente di 140 milioni di t di 3000 miliardi di m3. Il bacino del Lena è ricco di giacimenti di carbone valutati in circa 1500 miliardi di t (at- tualmente ne produce 12 milioni), ma la mancanza di infrastrutture e di investi- menti rende difficile il loro sfruttamento. La Repubblica nel tentativo di attira- re capitali stranieri (particolarmente dal Giappone e dalla Corea del Sud) ha promulgato nel 1992 una legge che equipara gli investimenti stranieri a quelli !ocali e riconosce la supremazia degli accordi internazionali sulla legislazione ]akuta. Komi. Ad Ovest degli Urali e lungo la Peciora si trova la Repubblica dei Komi, la seconda per estensione (415.000 kmq). I russi sono in maggioranza (57,7%) rispetto ai komi di origine ugro-finnica (23,3%) e agli ucraini (8,3%). La popo- lazione totale (1994) conta 1.263.000. La Costituzione emanata nel 1994 preve- de la privatizzazione delle terre, ma il nuovo presidente del Parlamento, Jurij Spiridonov un ex comunista, è contrario a riforme radicali. I contrasti sulla poli- tica economica hanno determinato una situazione di instabilità resa più grave dalle proteste e dagli scioperi dei lavoratori che non ricevono regolarmente il salario. La Repubblica è ricca di miniere di carbone che si trovano soprattutto nel bacino della Peciora (le riserve sono stimate in 200 miliardi di t), di gas e di petrolio (la cui produzione si è però dimezzata rispetto agli anni Ottanta). Il sottosuolo è ricco di bauxite, di manganese, di titanio e di numerosi altri mine- rali. Tutte le risorse sono poco sfruttate a causa del clima (è attraversata dal cir- colo polare artico) e delle infrastrutture obsolete. E dell'ottobre 1994 il guasto nell'oleodotto «Peciora» che ha causato danni economici e ambientali enormi. Anche la produzione del legname - altra ricchezza del Paese, il 13,7% del fab- bisogno della Federazione - è calata del 40%. Poco sfruttata l'agricoltura per le proibitive condizioni climatiche. La capitale è Sjktjvkar. Carelia. La Repubblica di Carelia (172.400 kmq) si trova nella parte Nord-oc- cidentale della Federazione ed è stata inglobata completamente nell'uRssnel 1940 dopo la guerra sovietico-finlandese (sino ad allora la Carelia occidentale apparteneva alla Finlandia). Oggi solo piccoli gruppi di nazionalisti chiedono l'unificazione con la vecchia madrepatria anche perché la maggioranza della popolazione (73,6% su 792.000 abitanti) è russa e il governo di Mosca, nell'am- bito di una politica di buon vicinato con la Finlandia, assegna un ruolo accre- sciuto alla Carelia dato che i porti di questa repubblica rappresentano una via di comunicazione importante verso l'Europa in sostituzione di quelli persi dopo che i Paesi baltici hanno conquistato l'indipendenza. Nell'aprile 1994 la Carelia è diventata una Repubblica parlamentare e dal 1992 ha inaugurato un regime fiscale che privilegia gli investimenti stranieri necessari soprattutto all'industria del legno, la maggiore risorsa del Paese, e dei suoi derivati (carta e cellulosa) un tempo esportati in tutto il mondo ed oggi rifiutati per la loro pessima qualità. Con la Finlandia, con la quale ha 700 km di confine comune, la Repubblica ha firmato un accordo di cooperazione per sviluppare soprattutto il settore dei tra- sporti. A metà del 1994 è stata inaugurata nella Carelia la prima ferrovia priva- ta della Russia nata per collegare la Repubblica con alcuni porti finlandesi, tra i quali Kokkola e Ulu. La capitale è Petrozavodsk. A Ovest degli Urali. In quest'area, e precisamente in tre delle sei Repubbliche situate nel centro occidentale della Russia a Ovest degli Urali, e cioè nella Mor- dovija, nell'Udmurtija e nella Cuvas, sono dislocate alcune delle più grandi fab- briche del complesso militar-industriale dell'ex URSS. Le difficoltà incontrate nell'awiare la riconversione del settore hanno determinato ora una grave crisi laddove nel passato si era giunti ad un buon livello di industrializzazione. Nella Mordovija (26.200 kmq, 964.000 abitanti: 60,8% russi, 32,5% mordvini 4,8% tatari, capitale Saransk) erano collocate in particolare le industrie militari che lavoravano per l'importante centro della ricerca nucleare «Arzamas 16» di- slocato nella confinante regione di Niznij-Novgorod. La Mordovija è stata per molti anni off limits anche perché vi erano numerose colonie penali che forni- vano mano d'opera a buon mercato all'industria bellica. Le relazioni con Mosca sono tese dato che il potere centrale non riconosce l'attuale (1995) Parlamento dopo che la maggioranza ex comunista ha esautorato il Presidente in carica ap- poggiato da El'cin. Il secondo grande centro che produceva missili nucleari era nella confinante Udmurtija (42.100 kmq, 1.637.300 abitanti: 58,9% russi, 30,9% udmurti, 6,9% tatari. Capitale Izevsk). Oggi nella Repubblica la disoccupazione tocca il 3% della forza lavoro. Come la Mordovija essa conta sull'agricoltura e soprattutto sulla coltivazione del lino di cui è il primo produttore nella regione degli Urali. Il terzo centro sede di un importante complesso militare industriale di armi chimiche è quello della Cuvas (ex Cuvasja) (18.300 kmq, 1.361.000 abitanti: 67,8% cuvasi, 26,7% russi, 2,7% tatari. Capitale Ceboksarij). La Repubblica più estesa (143.600 kmq) e più popolata (4.048.000 abitanti: 21,9% baskiri, 39,3% russi, 24% tatari, 3,2% cuvasi) di questo gruppo è il Baskortostan (ex Baskirija). Sottomessi dalla Russia dal 1557, e ancor prima dai mongoli dell'Orda d'oro, i baskiri, che nel corso dei secoli si sono più volte ri- bellati ai coloni russi, hanno ottenuto per primi nel 19l9 lo status di repubblica autonoma. Nell'ottobre del 1990 il Baskortostan ha dichiarato la propria sovra- nità, ha adottato nel 1993 una nuova Costituzione che autorizza la doppia na- zionalità e ha firmato con Mosca, da una posizione di forza che le deriva dall'es- sere una delle repubbliche più ricche della Russia (occupa il decimo posto tra i «soggetti» della Federazione per la produzione industriale e il terzo per quella agricola) un trattato che le riconosce il diritto esclusivo sulle sue risorse naturali e l'autorizza a negoziare di anno in anno le quote da versare alla Federazione. Ricco di petrolio, il Baskortostan ha però una produzione in netto calo: dai 70 milioni di t annue degli anni Sessanta si è giunti ai 22 milioni di oggi. I baskiri sono musulmani sunniti. La capitale è Ufa. Ai confini settentrionali del Baskortostan si trova la Repubblica del Tatarstan (ex Tatarija) (68.00 kmq, 3.747.600 abitanti: 48,5% tatari, 43,3% russi, 3,7 cuva- si, capitale Kazan) che nel 1990 si è autoproclamata «Repubblica sovrana asso- ciata alla Federazioúe russa» prendendo il nome di Tatarstan. Non ha aderito al Trattato federativo del 1992 rivendicando una sua amministrazione autono- ma che Mosca ha in parte riconosciuto firmando nel febbraio 1994 un trattato bilaterale che riconosce alla Repubblica la proprietà delle risorse del sottosuo- lo, una sua autonoma Costituzione, una sua lingua di Stato, una propria politica estera, un proprio commercio con Pestero (purché vengano rispettate le quote dovute alla Federazione). Nel Parlamento vi è una opposizione nazionalista che rivendica il distacco definitivo dalla Federazione. Ricco di giacimenti petrolife- ri il Tatarstan produce il 7,3% del petrolio della Federazione, anche se attual- mente (1995) la produzione è in forte calo. Ha grande abbondanza di bitumi naturali (12 miliardi di t) che contengono nikel, vanadio, scandio e altri minera- li rari. Sul piano agricolo non è autosufficiente e l'agricoltura, a differenza che nelle altre Repubbliche, dove è iniziata seppure a piccoli passi la privatizzazio- ne, è ancora totalmente collettivizzata. Ai confini settentrionali del Tatarstan si trova la piccola repubblica di Marij (ora Marij-EI) (23.200 kmq 764.000 abitanti: 47,7% russi, 43,3% mari, 5,8% ta- tari. Capitale Joskar-Ola), ia più povera del gruppo. Nel Caucaso settentrionale. Le sette repubbliche del Caucaso settentrionale con una superficie di 117.900 kmq (poco più di un terzo dell'Italia) ed una po- polazione di circa 6 milioni di abitanti (di cui 1.600.000 russi) rappresentano per la Russia una regione di notevole valore strategico situate come sono in un'area vicinissima alla Turchia e all'Iran, ai confini con le ex repubbliche del- I'URSS, Georgia e Azerbaigjan, e ai giacimenti petroliferi del mar Caspio. La re- gione è attraversata inoltre dalle pipeline che portano il petrolio del Caspio fino al porto russo di Novorossijsk sul mar Nero. Le crisi che serpeggiano in questa regione, le spinte alla separazione che han- no avuto nelle operazioni militari di Mosca contro la Cecenia un esempio dram- matico, testimoniano l'insofferenza di popolazioni nella loro maggioranza mu- sulmane, condannate per secoli alla colonizzazione iniziata sotto il regime zari- sta e proseguita nel periodo sovietico con i continui spostamenti dei confini am- ministrativi e con la deportazione - decisa da Stalin durante il secondo conflitto mondiale - di oltre 600 mila persone nell'Asia centrale con l'accusa di collabo- razionismo. L'importanza economica delle Republiche del Caucaso settentrionale, dovuta in particolare ai giacimenti petroliferi e di gas (dislocati nella Cecenia e nel Da- ghestan e, dopo le recenti scoperte, nell'Ossetia del Nord) è però oggi relativa per il calo che si è avuto nella produzione sia del petrolio che del gas (solo lo 0,9% del grezzo e lo 0,2% del metano della Federazione vengono oggi prodotti qui). Le sette repubbliche dell'area aderiscono alla Confederazione delle popola- zioni del Caucaso, un'organizzazione pan-nazionalistica che si occupa dei pro- blemi territoriali e internazionali di questa regione. La Repubblica più settentrionale della regione è l'Adigeja (7.600 kmq, 448.500 abitanti: 22,1% adigei, 68% russi, 3,2% ucraini, 2,4% armeni. Capitale Majkop). Possiede qualche giacimento di gas e di petrolio ora inattivi. Poco sviluppato anche il settore agricolo nonostante la fertilità del suolo. Più a sud si trova la repubbli~ca, povera di risorse anche se l'allevamento appare assai sviluppato, Karacaevo-Cerkessja (14.000 kmq, 431.500 abitanti: 31,2% ka- racai di origine turco-tatara, 9,7% cerkessi di orgine caucasica, 42,4% russi. Ca- pitale Tcerkesk). Un conflitto politico-istituzionale tra russi e karacai ha impe- dito di mettere ai voti la nuova Costituzione che dovrebbe sancire i diritti delle due minoranze. Ai suoi confini si trova la Repubblica Kabardino-Balkarja (12.500 kmq, 780.000 abitanti: 48,2% kabardini, 9,4% balkari, 32% russi. Capi- tale Naltcik), che nel 1991 ha proclamato la sua sovranità all'interno della Fe- derazione per cui sono in corso (1995) trattative con Mosca per ottenere un trattato bilaterale sul modello di quello del Tatarstan. La Repubblica Kabardi- no-Balkarja è ricca di giacimenti di tungsteno (è il primo produttore della Fe- derazione) e di molibdeno che alimentano una industria metallurgica non fer- rosa abbastanza sviluppata. Segue l'Ossetia del Nord (8000 kmq, 634.000 abitanti: 53% osseti, 29,1% russi, 9% ingusci. Capitale Vladikavkaz). Gli osseti nel 1944 avevano occupato parte del territorio degli ingusci confinati da Stalin in Asia centrale e gli ingusci ora ne chiedono la restituzione, mentre gli osseti che vivono nella Ossetia del Sud (che appartiene alla Georgia) vorrebbero riunirsi a quelli del Nord. Oltre alle recenti scoperte di giacimenti di petrolio valutati in 35 milioni di t, l'Ossetia ha estesi giacimenti di dolomite (il 93% del consumo della Federazione). La confinante Inguscetija dopo la separazione nel 1991 dalla Cecenia e il con- flitto con l'Ossetia del Nord vive in uno stato di grande precarietà. Repubblica (163.000 abitanti) tra le più povere della Federazione, non ha ancora confini ben definiti. Le migliaia di profughi causati dal conflitto con l'Ossetia hanno peggiorato il già basso livello di vita della popolazione. Mosca per evitare l'ag- gravarsi dei c~nflitti interetnici ha creato nella capitale (prowisoria) Nazran una sorta di «paradiso fiscale» per imprese russe e straniere. La Cecenia (17.500 kmq, 1,2 (O 1,5) milioni di abitanti: 60% ceceni, 30% russi. Capitale Groznyj) è l'unica repubblica che, con l'arrivo al potere del generale Dzochar Dudaev ha proclamato nel 1991 unilateralmente l'indipendenza dalla Federazione provocando la reazione di Mosca. Dopo aver a lungo tergiversato, il potere centrale nel dicembre 1994 ha inviato a Groznyj, sottoposta a bombar- damenti aerei, truppe corazzate che hanno incontrato la dura resistenza dei ce- ceni. La guerra ha provocato finora oltre 25 mila morti e distrutto l'economia di una Repubblica che aveva una delle più importanti industrie petrolchimiche e della raffinazione del petrolio della regione. Ai confini meridionali della Cecenia si trova il Daghestan, la più estesa (50.300 kmq) delle repubbliche caucasiche. La popolazione (1.952.000 abitanti) è com- posta da 30 etnie al cui interno sono divampati gravi conflitti interetnici come quello tra i kumiki e i lazki o quello che ha a protagonisti i lezghini che vorreb- bero creare una loro Repubblica indipendente unendosi agli azeri del confinan- te Azerbaigian. I russi sono il 7% della popolazione. La produzione petrolifera è oggi in forte calo (lo 0,1% della produzione della Federazione) e in crisi è an- che l'industria meccanica un tempo legata a quella degli armamenti. Nella stessa regione ma più spostata a Est, in una zona di steppe e pianure, si trova la Kalmyhja (ora Kalmy/uja-Kal'mg Tanc), (75.900 kmq, 322.000 abitanti: 45,4% kalmyki di origine mongola e di religione buddista, 37,7% russi, 4% dar- guini. Capitale Elista) govemata da un giovane imprenditore miliardario, Kir- san Ilumjinov, eletto Presidente nel 1993 sulla base di promesse demagogiche con le quali garantiva un rapido benessere a tutta la popolazione, la privatizza- zione della terra, I'elevazione del buddismo a religione di Stato ed altro ancora. La nuova Costituzione aderisce perfettamente a quella della Federazione. Oggi I'unico settore non in crisi è quello dell'allevamento dei montoni merinos. Per tutto il resto la Kalmykija dipende totalmente da Mosca. Le quattro repubbliche asistiche. Nella Siberia meridionale, ai confini con la Mongolia, la Cina e il Kazakistan si trovano le quattro repubbliche asiatiche della Federazione (Buriatija, Tuva, Altaj e Chakasija). Sono abitate da popoli che solo dopo l'arrivo dei coloni russi hanno a poco a poco cessato di essere n~ madi e che ancora oggi sono dediti prevalentemente alla pastorizia e all'alleva- mento. Tranne che a Tuva dove è nato un movimento nazionalista che chiede il distacco dalla Federazione, non vi sono qui conflitti con il centro. La più estesa è la Burjatija (35 1 .300 kmq, 1.043.000 abitanti: 24% burjati, 70% russi, 2,2% ucraini. Capitale Ulan-Ude), alla quale appartiene la riva meridio- nale del lago Bajkal. Povera di risorse tranne che per il carbone (1'1,5% della produzione della Federazione) e per l'allevamento degli animali da pelliccia, la Burjatija ha buone vie di comunicazione (a sud la ferrovia Transiberiana e a nord la Bajkal-Amur). Completamente priva di vie di comunicazione terrestri è invece Tuva, territo- rio cinese fino al 1912 (170.500 kmq, 309.000 abitanti: 64,3% tuvini, 32% russi, 0,7% chakasi. Capitale Kyzyl-Orda). Nel 1993 manifestazioni armate antirusse hanno provocato una sostenuta emigrazione di russi dalla repubblica. Il Paese è povero. La sua maggiore risorsa è l'allevamento praticato da nomadi. Ai confini con la Cina e il Kazakistan si trova la repubblica di Altaj (92.600 kmq, 197.500 abitanti: 31% kalmyki della montagna (così chiamati per distin- guerli dagli abitanti della Kalmykija), 60,4% russi, 5,7% kazaki. Capitale Gor- no-Altajskij). Vero e proprio museo naturale, la repubblica possiede tutti i mi- nerali conosciuti in piccola quantità tranne che per l'oro e il mercurio (di cui è l'unico produttore nella Federazione). La Repubblica più piccola è la Chakasija (61.900 kmq, 582.000 abitanti: 11,1% chakasi, 79,5% russi, 2,3% ucraini. Capitale Abakan). Produce energia elettrica (il 2,2% di tutta la Federazione) grazle alla centrale idroelettrica sul corso su- periore dello Jennisej ed ha anche un buono sviluppo industriale per la lavora- zione di minerali come magnetite, alluminio, molibdeno, ecc. I 6 temtori autonomi Altaj. Situato nella Siberia orientale, al confine con il Kazakistan, si estende per 261.700 kmq (comprende la repubblica autonoma di Altaj) ed ha una popo- lazione di circa 3 milioni di abitanti. Il centro amministrativo è Barnaul. L'Altaj è coperto per un terzo da foreste. La popolazione è dedita soprattutto all'alle- vamento ma vi sono anche industrie chimiche e petrolchimiche. Kabarovsk. Si trova nell'estremo oriente siberiano, si affaccia sul mare di Ohotsk e confina a sud con la Cina. Ha una superficie di 824.600 kmq e una po- polazione di 4 milioni di abitanti. Vi si trovano industrie di macchinari da co- struzione, metallurgiche, per la lavorazione del legno e un grande complesso petrolchimico. Sviluppati anche l'allevamento e la pesca. Il centro amministra- tivo e Kabarovsk. Krasnodar. E situato nella Russia europea, tra il mare d'Azov e il mar Nero e ha una superficie di 83.600 kmq e 5 milioni di abitanti. Sviluppata sia l'agricol- tura (grano, barbabietola da zucchero, tabacco, essenze naturali) che l'industria metallurgica, meccanica e petrolchimica. Importante il porto di Novorossijsk dove giungono le pipeline che portano il petrolio dal Caspio e dal Kazakistan. Il centro amministrativo è Krasnodar. Non ha accettato il decreto di El'cin sulla soppressione dei soviet territoriali. Krasnojarsk. Situato nella Siberia centro orientale si affaccia sul mar Artico. Con i suoi 2.401.600 kmq, buona parte ricoperti dalla taigà, è il più esteso dei Territori autonomi. Nella sua area si trovano la repubblica della Chakasija e i circondari autonomi dei Tajmyrskij e degli Evenkijskij. Ha 4 milioni di abitanti di cui 55.000 tajmyrskij e 25.000 evenkijskij. Ha giacimenti d'oro, industrie mec- caniche e metallurgiche, coltiva grano, lino e canapa. Il centro amministrativo è Krasnojarsk. Primor'e, o Territorio marittimo, situato nell'estremo Sud-est della Federa- zione sul mare del Giappone, ai confini con la Cina. Si estende per 165 900 kmq e ha 2 milioni di abitanti. Nel 1993 si era autodichiarato repubblica autonoma non riconosciuta da Mosca. Ha industrie di metallurgia non ferrosa, del legno e chimiche. Sviluppato l'allevamento del bestiame. Il centro amministrativo è Vladivostok, grande porto commerciale sul Pacifico e capolinea della Transibe- nana. Stavropol. Situato nel Caucaso centrale, ha una superficie di 80.600 kmq e una popolazione di circa 3 milioni di abitanti. Regione agricola (vi si coltiva grano barbabietola da zucchero, ortaggi e uva). Ha giacimenti di petrolio, di gas natu- rale e di carbone. Il centro amministrativo è la citta di Stavropol fondata dai russi nel 1777. Le 49 regioni autonome Amur. Situata nel Sud-est al confine con la Cina, occupa un'area di 363.700 kmq con una popolazione di poco più di un milione di abitanti. Nel 1993 si era autoproclamata repubblica autonoma, ma non venne riconosciuta come tale dal potere centrale. Ha industrie legate ai giacimenti di ferro, elettrotecniche e del legno. Il centro amministrativo è Balgovescensk. Archangelsk. Si trova nella parte settentrionale della Russia europea e si affac- cia sul mare di Barents e di Kara. Il suo territorio (587.400 kmq) comprende il circondario autonomo dei Neneckij. Ha una popolazione di 1.570.000 abitanti di cui 55.000 neneckij. Ha una industria legata ai prodotti dell'allevamento, del- la caccia e del legno. Il centro amministrativo è Archangelsk, uno dei maggiori porti commerciali della Russia. Astrachan. Antico kanato conquistato dai russi nel 1556, si trova ad est del Caucaso sul mar Caspio. Ha una superficie di 44.100 kmq e una popolazione di 998.000 abitanti. In campo agricolo produce grano e ortaggi. Ha industrie leg- gere, alimentari, del legno, e della carta, chimiche e petrolchimiche Il centro amministrativo è Astrachan sul delta del Volga, dove si pratica la pesca dello storione e si lavora il caviale Belgorod. E situata a Sud-ovest, ai confini con l'Ucraina su un'area di 27.100 kmq e ha 1.381.000 abitanti. L'agricoltura e l'allevamento sono assai sviluppati. Vi sono industrie di materiali da costruzione e per la lavorazione dei metalli. Il centro ammmistratlvo è Belgorod. Brjansk. Situata ai confini con l'Ucraina e la Bielorussia la regione ha un terri- torio che si estende per 34.900 kmq e una popolazione di 1.474.000 abitanti. Vi si trovano industrie per la lavorazione del legno e di prodotti alimentari. Il cen- tro amministrativo è Brjansk. Celjabinsk. Si trova nella parte asiatica della Russia, negli Urali meridionali, ai confini con il Kazakistan. Ha una superficie di 87.900 kmq e una popolazione di .626.000 abitanti. Produce grano e ortaggi. Vi si trovano le maggiori industrie siderurgiche il cui centro è la città di Magnitogorsk. Il centro amministrativo è Celjabinsk. Cita. E situata nell'area Sud-orientale ai confini con la Mongolia e la Cina. Nel suo territorio (431.500 kmq) si trova il circondario autonomo degli Aginskij- Burjatskij. Gli abitanti sono 1.378.000 di cui 77.000 Aginskij-Burjatskij. Assai sviluppata è l'industria pesante per la presenza di grossi complessi metallurgici. La capitale amministrativa è Cita fondata dai cosacchi a metà del XVII secolo. Ivanovo. Dislocata nella parte centrale della Russia europea la Regione ha una superficie di 23.900 kmq e una popolazione di 1.300.000 abitanti. Assai svi- luppata l'agricoltura e l'industria leggera. Il centro amministrativo è Ivanovo. Irkutsk. Situata nella Siberia Sud-orientale la Regione comprende il circonda- rio autonomo degli Ust'Ordinskij-Burjatskij, ha una superficie totale di 767.900 kmq e una popolazione di 2.830.000 abitanti (di cui 137.000 Ust'Ordinskij- Burjatskij). Nel suo territorio si trova la grande centrale di Bratsk sul fiume An- garà e il lago Bajkal lungo la cui sponda meridionale transita la Transiberiana. Nel settore agricolo hanno un buono sviluppo la pesca, la caccia e l'allevamen- to. Ben presente è anche l'industria petrolchimica, chimica e della lavorazione del legno. La capitale amministrativa è Irkutsk. Jaroslav. Situata nella parte centrale della Russia europea, ha una superficie di 36.400 kmq e una popolazione di 1.471.000 abitanti. Assai sviluppato è l'alleva- mento del bestiame. Il settore agricolo produce grano, lino e vegetali. Vi sono industrie chimiche, delle costruzioni, del legno e manifatturiere. Ha giacimenti di ferro. Il centro amministrativo è Jaroslav, porto fluviale sul Volga. Kaliningrad . Ex Koenigsberg annessa all'uRss nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale, è oggi una enclave tra la Lituania, la Bielorussia e la Russia. Ha una superficie di 15.100 kmq e una popolazione di 821.00 abitanti. E uno dei centri maggiori per la produzione di ambra. Kaluga. Si trova nella parte occidentale della Russia europea, ha una superfi- cie di 29.900 kmq e una popolazione di 1.067.000 abitanti. Presenti industrie di materiali da costruzione e del legno. Nell'agricoltura prevale l'allevamento. Il centro amministrativo è Kaluga. Kamcatka. Occupa due terzi della penisola omonima situata nell'estremo oriente della Russia. Sul suo territorio (472.300 kmq) si trova il circondario au- tonomo dei Korjakskij. Ha una popolazione di 466.000 abitanti di cui 39.000 Korjakskij. Ha giacimenti di carbone. Sviluppata la pesca e l'allevamento. Il centro amministrativo è Petropavlovsk. Kemerovo. Situata nella Siberia centro-occidentale, ha una superficie di 95.500 kmq e una popolazione di 3.175.000 abitanti. Possiede giacimenti di carbone e di minerali ferrosi. Il centro amministrativo è Kemerovo. Kirov. Situata ad occidente della Russia europea, ha una superficie di 120.800 kmq e una popolazione di 1.600.000 abitanti. La Regione è agricola-industriale. Il centro amministrativo è Kirov. Kostroma. Si trova nella parte occidentale della Russia europea, ha una super- cie di 61.100 kmq e una popolazione di 809.000 abitanti. Zona agricola con in- dustrie alimentari e artigianato. Il centro amministrativo è Kostroma. Kurgan. E situata nella parte Sud-occidentale della Siberia al confine con il Kazakistan. Ha una superficie di 71.000 kmq e una popolazione di 1.105.000 88 APPENDICE abitanti. Zona agricola con industrie manifatturiere. Il centro amministrativo è Kurgan. Kursk. E collocata al confine con l'Ucraina, nella zona sud-occidentale della Russia, ha una superficie di 29.800 kmq e una popolazione di 1.320.000 abitanti. Zona industriale con giacimenti di minerali ferrosi. Il centro amministrativo è Kursk. Leningrad. Si affaccia sul Golfo di Finlandia, nella parte nord-occidentale del- la Russia. Ha una superficie di 85.900 kmq e una popolazione di 2.147 000 esclusa la popolazione della capitale amministrativa Sankt Peterburg, conside- rata eittà di importanza federale e ehe a differenza della regione ha ripreso l'an- tieo nome. Zona agrieola e industriale ha giacimenti di bauxite, torba e ardesia. Lipetsk. Situata nella parte oecidentale della Russia europea, ha una superfi- cie di 24.100 kmq e una popolazione di 1.231.000 abitanti. Zona agrieola e indu- striale. Il centro amministrativo è Lipetsk. Magadan. Si affaeeia sul mare di Ohotsk nell'estremo oriente della Russia e il suo territorio (1.199.100 kmq) eomprende il circondario autonomo dei Cu- kotskij. Ha una popolazione di 543.000 abitanti di cui 156.000 Cukotskij. Zona agneola eon industrie legate alla caeeia e alla pesea. Durante il periodo stalinia- no è stata luogo di deportazione. Il eentro amministrativo è Magadan. Mosca. Situata nella parte oeeidentale della Russia europea, ha una superfieie di 47.000 kmq e una popolazione di 6.686.000 abitanti (eselusa la eittà di Mo- sca). Il settore agrieolo produce grano e vegetali. Presenti industrie meeeani- che, elettriche, chimiche ed altre. Il centro amministrativo è Mosca Murmansk. Oeeupa la penisola di Kola che si affaeeia sul mare di Barents e confina a ovest eon la Finlandia. Ha una superficie di 144.900 kmq e una popo- lazione di 1.146.000 abitanti. Sviluppata la pesca e le industrie metallurgiche che causano nell'area un alto inquinamento. Il eentro amministrativo è Mur- mansk situata oltre il cireolo polare artieo. Niznij-Novgorod. Si trova nella parte centrale della Russia europea, a est degli Urali. Ha una superficie di 74.800 kmq e una popolazione di 3.713.000 abitanti. Assai sviluppata sia l'agrieoltura che l'mdustria. E una delle ~oche regioni dove l'eeonomia non è in crisi. Il suo eentro amministrativo è Nlznij Novgorod (ex Gorkij), antica città fondata nel 1200. Novgorod . Situata a Sud-ovest della Russia europea ha una superficie di 55.300 kmq e una popolazione di 753.000 abitanti. Sviluppata la coltivazione del lino. Ha industrie manifatturiere e del legno. Il centro amministrativo è Novgorod antiea eapitale della Repubbliea di Novgorod distrutta nel 1478 dallo zar Ivan IIL Novosibirsk. Situata al confine eon il Kazakistan nella Siberia sud-oeeidentale ha una superficie di 178.000 kmq e una popolazione di 2.780.000 abitanti. Pos- siede giacimenti di petrolio, gas, carbone e torba. Il centro amministrativo è Novosibirsk, non lontano da questa città sorge Akademogorsk, la «città della scienza» so~ta alla fine degli anni Cinquanta come centro di ricerca scientifica. Ornsk. Si trova nella Siberia sud-occidentale ai confini con il Kazakistan, ha una superficie di 139.700 kmq e una popolazione di 2.140.000 abitanti. Assai sviluppatl sia l'agricoltura e l'allevamento che l'industria chimica e petrolchimi- ea. Il centro amministrativo è Omsk. OrieL Situata nella parte oeeidentale della Russia europea, ha una superficie di 24.700 kmq e una popolazione di 891.000 abitanti. Zona prevalentemente agricola ha una industria legata alla trasformazione dei prodotti agricoli oltre che chimica e metallurgica Il centro amministrativo è Oriel. Orenburg. Situata ai eonfini con il Kazakistan ai piedi degli Urali meridionali ha una superficie di 124.000 kmq e una popolazione di 2.174.000 abitanti. Ha industrie tessili e del pellame. Possiede giaclmenti di petrolio, gas, ferro. Il cen- tro ammimstratlvo è Orenburg. Penza. Si trova a sud-ovest della Russia europea, ha una superficie di 43.200 APPENDICE 89 kmq e una popolazione di 1.500.000 abitanti. Sviluppati l'allevamento e l'indu- stria alimentare. Ha inoltre industrie aeronautiche, chimiche e tessili. Il centro amministrativo è Penza. Perm. Situata sul versante orientale degli Urali comprende nel suo territorio (160.600 kmq) il circondario autonomo dei Komi-Permjackij. Ha una popola- zione di 3.100.000 abitanti di cui 160.000 Komi-Permjaekij. Possiede rame, pe- trolio, gas naturale, earbone, potassio. Ha industrie petrolehimiehe, elettrotee- niehe, metallurgiehe. Il eentro amministrativo è Perm, «eittà ehiusa» fmo al 1991 e tristemente nota eome gulag per prigionieri politici. Pskov. Si trova ai confini con l'Estonia e la Lettonia nella parte nord-occiden- tale della Russia europea, ha una superficie di 55.300 kmq e una popolazione di 847.000 abitanti. La zona è prevalentemente agricola. Il eentro ammmlstratlvo è Pskov, antiea eittà sede di monumenti e ehiese del x e xll seeolo. Rjazan. Si trova nella parte oeeidentale della Russia europea, ha una superfi- cie di 39.600 kmq e una popolazione di 1.360.000 abitanti. Oltre a vaste aree agricole vi sono industrie meccaniche, del legno, di materiali da costruzione. Possiede giacimenti di carbone e di torba. Il centro amministrativo è Rjazan, ri- costruita dopo la distruzione ad opera dei tatari nel 1237. Rostov. Situata nell'area del Caucaso del Nord al confine con l'Ucraina, ha una superficie di 100.980 kmq e una popolazione di 4.304.000 abitanti. Zona prevalentemente agricola produce grano, girasole, cucurbitacee, vino. Ha indu- strie di materiali da costruzione, metallurgiche, meccaniche, del legno e della cellulosa. Il centro amministrativo è Rostov-sul-Don, antica città che conserva monumenti del xll e Xlll secolo. Sachalin. Occupa l'isola omonima sul mare di Ohotsk e comprende le isole Kurili rivendicate dal Giappone. Ha una superficie di 87.100 kmq e una popo!a- zione di 709.000 abitanti. Sviluppata la pesca, l'allevamento di animali da pelhc- cia e l'industria del pesce. Possiede petrolio, gas naturale, carbone. Il centro amministrativo è Juzno Sachalinsk. Samara. Ex Kujbysev, si trova nella parte sud-occidentale della Russia euro- pea, su un'ansa del Volga. Ha una superficie di 53.600 kmq e una popolazione di 3 266 600 abitanti. Possiede una delle più grandi centrali idroelettriche. Pro- duce grano, girasole e barbabietole da zucchero. Presente l'industria automobi- listica (Togliattigrad), aeronautica, petrolchimica. Il centro amministrativo è Samara. Saratov. Situata al confine con il Kazakistan, a sud-ovest della Russia europea, ha una superficie di 100.200 kmq e una popolazione di 2.690.000 abitanti. Zona agricola e industriale con industrie delle costruzioni, chimiche e petrolchimi- che. Possiede petrolio e gas naturale. Il centro amministrativo è Saratov, porto fluviale sul Volga fondato nel 1590. Smolensk. Situata al confine con la Bielorussia ad ovest della Russia europea, ha una superficie di 49.800 kmq e una popolazione di 1.158.000 abitanti. Pre- senti industrie tessili, del legno, chimiche, della ceramica. Vi si trovano giaci- menti di carbone e di torba. Il centro amministrativo è Smolensk. Sverdlovsk Si trova ad ovest degli Urali, ha una superficie di 194.800 kmq e una popolazione di 4.721.000 abitanti. Nell'ottobre del 1993 ha modificato il suo status in Repubblica degli Urali. Come tale non è stata riconosciuta però dal potere centrale. Ha giacimenti di carbone, bauxite, ferro e rame. Il centro amministrativo è Ekaterinburg (ex Sverdlovsk), fondata come fortezza nel 1721. Tambov. Situata nella parte occidentale della Russia europea, ha una superfi- cie di 34.200 kmq e una popolazione di 1.320.000 abitanti. Zona prevalente- mente agricola con un allevamento assai sviluppato. Il centro amministrativo è Tambov. Tjumen. Situata in una vasta area che va dalla pianura siberiana sud-occiden- tale fino al mar Bianco, comprende i circondari autonomi dei Chanti-Mansijskij e quello degli Jamalo-Neneckij. Ha una superficie totale di 1.435.200 kmq e una popolazione di 3.083.000 abitanti, di cui 1.301.000 Chanti-Mansijskij e 495.000 Jamalo-Neneckij. Possiede giacimenti di petrolio e di gas naturale, ha industrie legate all'agricoltura e alla produzione del legno, chimico-farmaceutiche e pe- trolchimiche. Il centro amministrativo è Tjumen. Tomsk. Si trova a Sud-ovest della Siberia orientale, ha una superficie di 316.900 kmq e una popolazione di 1.000.000 di abitanti. Zona agricola e industriale con industrie elettrotecniche, meccaniche, petrolchimiche e del legno. Il centro am- minstrativo è Tomsk. Tula. Situata nella parte occidentale della Russia europea, ha una superficie di 25.700 kmq e una popolazione di 1.868.000 abitanti. L'agricoltura produce gra- no e barbabietole da zucchero, assai sviluppato l'allevamento. Ha giacimenti di carbone. Il centro amministrativo è Tula. Tver. Ex Kalinin, è situata nella parte occidentale della Russia europea, si estende su di un territorio di 84.100 kmq e ha una popolazione di 1.670.000 abi- tanti. Zona agricola con un buono sviluppo dell'industria leggera, chimica, ali- mentare. Possiede impianti idroelettrici e giacimenti di carbone. Il centro am- ministrativo è Tver. Ul'janovsk. ex Simbirsk, ribattezzata in onore di Lenin (Vladimir Ul'janov). Si trova nella zona occidentale della Russia europea, ha una superficie di 37.300 kmq e 1.400.000 abitanti. Assai estese le coltivazioni di grano, girasole e barba- bietola da zucchero e le aree destinate all'allevamento. Vi sono industrie mani- fatturiere. Il centro amministrativo è Ul'janovsk, antica città fondata nel 1648. Vladimir. Situata nella parte centrale della Russia europea, ha una superficie di 29.000 kmq e una popolazione di 1.654.000 abitanti. La zona è agricola ma è presente l'industria manifatturiera, del vetro e l'artigianato. Il centro ammini- strativo è Vladimir, una delle più antiche città-fortezza della Russia fondata nel 1108, con antiche chiese affrescate del Xll secolo. Volgograd. Si trova a sud-est della Russia europea al confine con il Kazakistan ha una superficie di 113.900 kmq e una popolazione di 2.593.000 abitanti. La sua centrale idroelettrica sul Volga è una delle più grandi. L'agricoltura assai sviluppata produce grano, girasole, cucurbitacee, vegetali, patate. Buoni anche l'allevamento e la produzione di carne e latte. Presenti industrie petrolchimi- che, chimiche, metallurgiche e del legno. Vi si trovano giacimenti di petrolio, di gas naturale e sali minerali. Il centro amministrativo è Volgograd, ex Stalingrado. Vologda. Nel 1993 si è autoproclamata repubblica senza essere però ricono- sciuta come tale da Mosca. Situata a nord-ovest della Russia europea, ha una superficie di 145.700 kmq e una popolazione di 1.353.000 abitanti. Nell'agricol- tura predomina la coltivazione di grano, lino e vegetali ma è assai sviluppato anche l'allevamento. Ha industrie metallurgiche, di materiali da costruzione del legno, manifatturiere e casearie. Il centro amministrativo è Valogda. Voronez. Situata nella parte sud-occidentale della Russia europea ai confini con l'Ucrama, ha una superficie di 54.400 kmq e una popolazione di 2.470.000 abitanti. Zona industriale con aziende meccaniche, chimiche, per la lavorazio- ne del metallo, del legno e della gomma sintetica. Sviluppati l'agricoltura e l'al- levamento. Il centro amministrativo è Voronez. Le due città di importanza federale Mosca. Capitale della Federazione, situata nella Russia europea sulle rive del- la Moscova. Venne fondata nel 1147. Ha una popolazione di 8.801.000 abitanti (9.000.000 col circondario) e una superficie di 900 kmq. Centro politico, econo- mico e culturale di tutta la Russia. Capitale prima della Moscovia e poi della Russia fino al 1713 quando Pietro il Grande la trasferì a Pietroburgo. E tornata capitale nel 1918. Sankt Peterburg (ex Leningrado). Situata a Nord-ovest della Russia europea, sulle rive della Neva. Venne fondata dallo zar Pietro il Grande nel 1703 e dal 1713 al 1918 fu capitale dell'impero russo. Ha una popolazione di 4.468.000 abi- tanti (5.013.000 col circondario). E la seconda città della Russia, importante centro culturale e artistico, ma anche industriale e commerciale. Nel 1914 ha cambiato il nome in Pietrogrado e nel 1924 in Leningrado. La regione autonoma ebrea La regione autonoma denominata Birobidzan venne creata nel 1928 per dare un territorio agli ebrei russi. L'iniziativa non sortì però gli effetti sperati. E si- tuata nella zona sud-orientale della Russia ai confini con la Cina. Ha una super- ficie di 36.000 kmq e 218.000 abitanti. Ha una economia legata all'agricoltura e all'allevamento. Vi si trovano alcune industrie manifatturiere e alimentari. Il centro amministrativo è Birobidzan. 110 circondari autonomi Prendono il nome dalla etnia maggiore che li abita. Tutti i circondari autono- mi fanno anche parte di una regione. Secondo la Costituzione le relazioni tra queste due entità amministrative «possono essere disciplinate da!la legge fede- rale e da un accordo tra gli organi del potere statale del circondano autonomo e i corrispondenti organi del territorio o della regione» (art. 66,-§ 4). Aginskij-Burjatskij. Si trova nella regione autonoma di Cita, ha una superficie di 19 kmq e una popolazione di 77.000 abitanti. L'area è a produzione agricola ma vi sono anche alcune miniere di ferro. Il centro amministrativo è Aga. Chantij-Mansijskij. E situata nella regione autonoma di Tjumen. Ha una su- perficie di 523.100 kmq e una popolazione di 1.301.000 abitanti. Le principali attività sono l'allevamento delle renne e di animali da pelliccia e la pesca. Vi sono alcune industrie legate alla lavorazione delle pelli. Possiede giacimenti di petrolio e di gas naturale. Il centro amministrativo è Chantij-Mansijski. Cukotskij. E compreso nel territorio della regione autonoma di Magadan. Ha una superficie di 737.700 kmq e una popolazione di 156.000 abitanti. Le attività maggiori sono la pesca e l'allevamento. Il centro amministrativo è Anadyr. Evenkijskij. Fa parte del territorio autonomo di Krasnojarsk. Ha una superfi- cie di 767.600 kmq e una popolazione di 25.000 abitanti. Vi è praticata la pesca, la caccia, l'allevamento di renne e di animali da pelliccia. Ha giacimenti di grafi- te. Il centro amministrativo è Tura. Komi-Permjackij. Fa parte della regione autonoma di Perm. Ha una superficie di 32.900 kmq e una popolazione di 160.000 abitanti. Ha una economia preva- lentemente agricola. Il centro amministrativo è Kudjmkar. Korjakskij. Fa parte della regione autonoma della Kamcatka. Ha una superfi- cie di 301.500 kmq e una popolazione di 39.000 abitanti. Praticati l'allevamento di renne e di animali da pelliccia, la pesca e la caccia. Ha giacimenti di carbone. Il centro amministrativo è Palana. Jamalo-Neneckij. Fa parte della regione autonoma di Tjumen. Ha una superfi- cie di 750.300 kmq e una popolazione di 495.000 abitanti. Assai diffuso l'alleva- mento di renne e di animali da pelliccia. Possiede giacimenti di petrolio e gas naturale. Il centro amministrativo è Salekard. Neneckij. Fa parte della regione autonoma di Archangelsk. Nel marzo del 1993 si è autoproclamata Repubblica dei Neneckij. Ha una superficie di 176.700 kmq e una popolazione di 55.000 abitanti. La sua economia è legata soprattutto al- 92 APPENDICE l'agricoltura, alla pesca, all'allevamento di renne e di animali da pelliccia. Il cen- tro amministrativo è Narjan-Mar. Tajmyrskij (Dolgano-Neneckij). Fa parte del territorio di Krasnojarsk, occupa la penisola di Tajmir nell'estremo Nord oltre il circolo polare artico. Ha una su- perficie di 862.100 kmq e 56.000 abitanti. Assai praticato l'allevamento, la pesca e la caccia. Ha giacimenti di ferro. Il centro amministrativo è Dudinka. Ust'-Ordinskij Burjatskij. E compreso nella regione autonoma di Irtkusk. Ha una superficie di 22.400 kmq e una popolazione di 137.000 abitanti. Zona agri- cola, con alcune industrie legate all'estrazione del carbone e del gesso. Il centro amministrativo è Ust'-Ordinski. Fonti: Archivio personale sui paesi dell'ex URSS. E inoltre: Eastem Europe and the Commonwealth of Indipendent States, London, Europa Publications Limited 1994; Keesing's Record of World Events, New York, Longman, anni vari; INTER FAX (Independent News Agency) in lingua russa, Mosca, numeri vari, Istorices- kij Bulletin, Mosca, anni vari, Le Courier des pays de l 'Est, Paris, La Documenta- tion Francaise, n. 393, ottobre 1994; Nezavisimaja Gazeta, Mosca- Notes et étu- des documentaires La Documentation Franc,aise, n. 5000,1994, Politique Etran- gère, n. 2,1994; Siavia, n. 1, gennaio-marzo 1994 (contiene il testo della nuova Costituzione), The International Institute for strategic Studies, The Military Ba- lance, London, IISS, 1994; World Development Report, <~Infrastructure for Deve- lopment», World Bank, 1994. Cronologia 1991.12 giugno. Boris El'cin viene eletto col 60% dei voti Presidente della Re- pubblica socialista federativa russa (RSFR). 18-19-20 agosto. Colpo di Stato contro Gorbacev trattenuto in residenza for- zata in Crimea. El'cin risponde ai golpisti convocando il Soviet della Repub- blica russa, invitando i lavoratori a scendere in sciopero e la popolazione di Mosca a raggiungere la «Casa Bianca», sede del Parlamento. 21 agosto. Il colpo di Stato fallisce e nella notte Gorbacev torna a Mosca. 8 dicembre. I Presidenti della Russia, dell'Ucraina e della Bielorussia riuniti a Minsk proclamano la fine dell'uRss e la nascita della Comunità degli Stati indipendenti (CSI). 25 dicembre. Gorbacev lascia il Kremlino mentre la bandiera russa sostitui- sce quella sovietica. 1992.12 gennaio. Con la riforma del sistema dei prezzi viene awiata la riforma economica. 31 marzo. 18 Repubbliche della Federazione russa (su 21) firmano il Trattato federale. 2 aprile. Per ridurre le pressioni dell'opposizione El'cin allontana Gajdar dal ministero delle Finanze e Burbulis dall'incarico di primo vice Premier. 6 aprile. Si apre il conflitto sulla riforma economica fra il Presidente e il Par- lamento. 15 giugno. Gajdar viene nominato Primo ministro. 16-17 giugno. El'cin firma a Washington l'accordo sulla riduzione di due terzi delle armi strategiche. 8 luglio. Elc'in ottiene a Monaco dal G-7 (che respinge però la candidatura della Russia) I'assicurazione che gli aiuti promessi di 24 miliardi di dollari sa- ranno stanziati alla condizione che il programma di riforme economiche sia realizzato. 15 ottobre. Nasce il Consiglio dei Presidenti delle Repubbliche della Federa- zlone. 2 novembre. In seguito ai disordini intervenuti fra l'Ossetia del Nord e l'In- guscetija viene proclamato nelle due Repubbliche lo stato d'emergenza. 1993.12 gennaio. George Bush e Boris El'cin firmano a Mosca il Trattato sTART-2 10-13 marzo. Il Congresso dei deputati del popolo rifiuta di prolungare i po- teri eccezionali del Presidente e di dare il via al referendum sulla fiducia al Parlamento e al Presidente. 20 marzo. El'cin introduce per decreto l'amministrazione diretta e conferma il referendum. 14-15 aprile. Il G-7 riunito a Tok,vo si esprime a sostegno di El'cin e annuncia un piano di aiuti multilaterali alla Russia per un totale di 43,4 miliardi di dol- lari. 25 aprile. Il referendum conferma la fiducia degli elettori a El'cin (col 58,7% dei voti) e approva la politica sociale del governo (col 53% dei voti). CRONOLOGIA 9 luglio. Il Parlamento russo afferma che il porto di Sebastopoli (Crimea Ucraina) deve appartenere alla Russia. 21 settembre. El'cin scioglie il Parlamento e fissa per 1'11 e il 12 dicembre il voto per la nuova Costituzione e per eleggere la Duma. Il Parlamento reagi- sce dimettendo dal suo incarico El'cin, eleggendo al suo posto il vice Presi- dente Ruckoj e invitando i deputati a difendere la «Casa Bianca». 29 settembre. Il governo chiede che sia posta fine all'occupazione definita il- legittima della sede del Parlamento. 3 ottobre. Rispondendo ad un appello di Ruckoj e del Presidente del Parla- mento Chasbulatov attivisti del Fronte della salvezza nazionale tentano di as- saltare il municipio di Mosca e la sede della TV centrale. El'cin proclama lo stato d'emergenza. 4 ottobre. Con un sanguinoso assalto delle truppe fedeli ad El'cin alla «Casa Bianca» e la resa di Ruckoj e di Chasbulatov ha termine la «battaglia di Mo- sca». 12 dicembre. Le elezioni politiche si concludono con la sconfitta dei partiti del centro democratico e de~i riformatori e col successo del Partito liberal-de- mocratico del nazionalista Zirinovskij e del Partito comunista russo di Zuga- nov. Il progetto della nuova Costituzione viene approvato con un leggero margine di voti. 1994.12-14 gennaio. El'cin, Clinton e il Presidente ucraiano Kravcuk firmano a Mosca accordi per lo smantellamento dell'arsenale nucleare collocato in Ucraina. 20 gennaio. Dopo le dimissioni dal governo dei ministri Gajdar, Panfilova e Fedorov, El'cin forma un nuovo gabinetto presieduto da Cernomyrdin e com- posto prevalentemente da conservatori. 23 febbraio. La Duma vota l'amnistia per i responsabili del colpo di Stato dell'agosto 1991 e degli awenimenti dell'ottobre 1993. 27 maggio. Dopo 20 anni di esilio torna in patria lo scrittore A. Solzenicyn. 8-10 luglio. La Russia partecipa per la prima volta a Napoli, limitatamente però alla parte politica, al vertice del G-7. 8 agosto. Crisi fra il governo centrale e la Cecenia, il cui Presidente, Dudaev dichiara di essere pronto a lasciare il potere se la Russia e la comunità inter- nazionale riconosceranno il diritto della Repubblica all'indipendenza. 10 settembre-21 ottobre. Nella Cecenia si combatte fra le forze fedeli al Pre- sidente secessionista Dudaev e quelle dell'opposizione sostenute dalla mino- ranza russa. 26 settembre. El'cin parlando all'Assemblea generale dell'oNu propone un nuovo accordo per il disarmo e la sicurezza strategica basato sulla riduzione dei missili a testata atomica, il blocco degli esperimenti e la proibizione del ri- ciclaggio di materiale nucleare estratto dalle vecchie armi. 29 novembre. El'cin concede 48 ore di tempo alle forze che si contrappongo- no in Cecenia per la cessazione del fuoco. 11 dicembre. Le truppe russe entrano in Cecenia la cui capitale Grosnyj viene sottoposta a bombardamenti. 12 dicembre. Forti proteste a Mosca contro la guerra in Cecenia. Gajdar af- ferma che «il Caucaso sarà la tomba della democrazia russa». 17 dicembre. Incomincia l'offensiva russa contro Grosnyj sulla quale conti- nuano i bombardamenti aerei. 1995. 2 gennaio. A Grosnyj si combatte davanti alla sede del Parlamento. A Mosca gli esponenti della opposizione centrista parlano di «tragica disfatta». 5 gennaio. Valentin Kovalev, deputato comunista viene nominato ministro della Giustizia. 11 gennaio. El'cin esautora, sottraendogli la direzione dello Stato maggiore delle forze armate, il ministro della Difesa Pavel Gracev. CRONOLOGL~ ,_ 8 febbraio. 500.000 minatori sono in sciopero in 212 miniere per chiedere il pagamento dei salari arretrati. 10 febbraio. Il xvvertice della cslriunito ad Alma Ata respinge la proposta di Mosca per la difesa comune delle frontiere dell'ex URSS. 11 marzo. Il direttore della TV di Ostankino, Vladislav Listev, viene UCCISO dalla mafia. El'cin licenzia il capo della polizia e il procuratore della capitale per «inettitudine». 9-10 maggio. Vertice El'cin-Clinton a Mosca in occasione dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario della vittoria sul nazismo. FINE.